Ilva a rischio sequestro. Alta tensione a Taranto

Il Tempo
Andrea Acali

La partita sul futuro dell’Ilva di Taranto e dei suoi operai vive giornate decisive e drammatiche.
Da una parte l’esigenza di tutelare il lavoro di migliaia di dipendenti, dall’altra quello altrettanto legittimo di salvaguardare l’ambiente e la salute degli stessi operai e dell’intero territorio. Da diversi giorni circolano con insistenza voci sul possibile sequestro degli impianti a caldo del più grande stabilimento siderurgico d’Europa da parte del gip Patrizia Todisco a seguito dei risultati delle perizie sull’inquinamento ambientale. Per questo si temono manifestazioni di piazza e l’occupazione delle vie d’accesso al capoluogo pugliese da parte degli operai.

La tensione è altissima. In alcune interviste gli operai non hanno escluso manifestazioni a tutela del loro futuro occupazionale e per questo è stato disposto il potenziamento dei servizi di controllo delle forze dell’ordine. Il 30 marzo scorso, in occasione della chiusura dell’incidente probatorio legato all’inchiesta a carico dei vertici dell’Ilva per disastro ambientale, 8.000 operai e impiegati manifestarono per le vie della città con un sit in conclusivo sotto la sede del Comune. Già ieri pomeriggio gruppi di lavoratori hanno iniziato a presidiare l’esterno della direzione dell’Ilva insieme ai rappresentanti provinciali di Fim, Fiom e Uilm.

Il presidio, spiegano i lavoratori, serve a tenere alta l’attenzione sulla questione considerati i riflessi enormi, sociali e occupazionali, che lo stop provocherebbe. L’azienda, infatti, oltre ad avere 11.571 dipendenti diretti (occupazione che con l’indotto supera le 20.000 unità), approvvigiona di acciaio il 40% delle aziende manifatturiere italiane. Lo scorso anno la produzione di acciaio è stata di 8,4 milioni di tonnellate. Oltre al presidio, i sindacati hanno indetto un’assemblea per venerdì. A Palazzo di Giustizia ieri mattina vertice fra il capo procuratore della Repubblica, Francesco Sebastio, il questore e il comandante provinciale dei Carabinieri.

Da valutare anche le modalità tecniche dell’eventuale sequestro, considerata la vastità dell’area a caldo dell’Ilva e la complessità degli impianti siderurgici. Nel mirino dei giudici ci sono soprattutto le cokerie, la linea di agglomerazione e i parchi minerali dove arrivano e vengono stoccati ingenti quantitativi di materie prime poi impiegate nel ciclo di fusione e produzione dell’acciaio. Nei giorni scorsi si erano dimessi il presidente dell’Ilva, Nicola Riva, e il direttore dello stabilimento di Taranto, Luigi Capogrosso, entrambi indagati dalla Procura, mentre un terzo indagato (in tutto sono 5), Emilio Riva, fondatore del gruppo industriale, aveva già lasciato la presidenza a maggio 2010 per cederla al figlio. Adesso presidente dell’Ilva è Bruno Ferrante, prefetto di Milano dal 2000 al 2005. Che, dopo un incontro con il ministro Climi, si era detto convinto «che possano aprirsi prospettive interessanti con l’obiettivo di coniugare lavoro, ambiente e impresa».

Domani dovrebbe essere firmato il protocollo d’intesa per il risanamento ambientale e il rilancio produttivo dell’area tra i ministeri dell’Ambiente, dello Sviluppo economico, la Regione Puglia, la Provincia e il Comune di Taranto. Il Governo potrebbe stanziare 200 milioni per una prima serie di interventi, altri 100 dovrebbero arrivare dalla Regione. Nell’occasione gli ambientalisti hanno annunciato un sit in di protesta. Clini aveva detto che sarebbe una contraddizione bloccare gli impianti con un sequestro giudiziario ora che è stato avviato il risanamento.