La Conferenza sull’AIDS torna in America. E ci sono buoni segnali

L’Unità
Cristina Pulcinelli

A Washington domani l’appuntamento in un clima migliore: l’Hiv si può sconfiggere se non si riducono le risorse

Domani apre i battenti a Washington la XIX conferenza internazionale sull’AIDS.
È una conferenza particolarmente significativa innanzi tutto per il luogo in cui si svolge: mancava dagli Stati Uniti dal lontano 1990, anno in cui fu ospitata a San Francisco. L’International Aids Society, che organizza l’evento, decise che era giunto il momento di tornare nel 2009 quando il presidente Obama annunciò di voler togliere le restrizioni all’ingresso nel Paese che gravavano sulle persone che vivono con l’infezione da Hiv. All’annuncio sono seguiti i fatti: dal 2010 la restrizione non c’è più e la conferenza, dopo 22 anni, è di nuovo negli States.

Ma a rendere l’appuntamento di quest’anno particolarmente importante è il clima positivo che si respira. Un clima che ha fatto titolare un articolo appena pubblicato dal New England Journal of Medicine “The beginning of the end of Aids?” (“L’inizio della fine dell’Aids?”). È vero, c’è un punto interrogativo perché come andrà a finire davvero nessuno lo sa, però la speranza che si possa controllare l’epidemia di Hiv non è mai stata così vicina. Il motivo di questo ottimismo è dato da una serie di scoperte scientifiche avvenute negli ultimi tempi. Innanzitutto alcune sperimentazioni cliniche hanno mostrato l’efficacia, almeno parziale, della chemioprofilassi sia per bocca che per uso locale, ad esempio attraverso gel vaginali, per prevenire l’acquisizione dell’infezione. Poi, dopo anni di insuccessi, un vaccino sperimentato su adulti tailandesi ha mostrato una seppure parziale protezione. Infine, la scoperta che un inizio precoce della terapia antiretrovirale pub sia migliorare gli effetti della cura sul paziente, sia ridurre il rischio di trasmissione del virus al partner del 96%.

Tutti risultati importanti che fanno sperare quello che fino a qualche anno fa non era nemmeno pensabile: vedere la nascita di “una generazione senza Aids”, per dirla con le parole di Hillary Clinton. Tutte queste buone nuove si scontrano però con una cattiva notizia: le risorse per combattere l’Aids stanno diminuendo. Quello che potrebbe far sì che l’ottimismo si trasformi in pessimismo è proprio la mancanza di finanziamenti. Attraverso il Fondo globale per combattere Aids, Tubercolosi e Malaria e altre donazioni, i trattamenti per l’Hiv sono diventati una realtà per oltre 6 milioni di persone nei Paesi in via di sviluppo. Tuttavia, ancora oggi a ricevere le cure è meno della metà delle persone che ne avrebbero bisogno. Non è solo un problema per i pazienti, ma per la popolazione in generale: i benefici di un trattamento precoce sulla prevenzione dell’infezione possono esserci solo se nel giro di pochi anni si riempirà quel gap tra chi è in trattamento e chi ancora no. il che vuol dire far arrivare i farmaci ancora a milioni di persone.

Purtroppo, la crisi non aiuta questo processo. A novembre scorso, il Fondo Globale ha annunciato di aver cancellato la raccolta fondi e di aver deciso di fornire fino al 2014 solo i finanziamenti necessari ai progetti già in atto. Eppure, secondo alcuni, i soldi spesi per combattere l’infezione da Hiv sono soldi spesi bene. I benefici secondari sono molti: riduzione dei casi di tubercolosi, riduzione della mortalità materna e infantile, aumento della capacità dei sistemi sanitari, aumento dei tassi di scolarizzazione. Tanto che, secondo alcuni modelli economici, investire nella lotta all’Hiv, sul lungo periodo fa risparmiare denaro. Ma la crisi non guarda in faccia nessuno. Nuovi strumenti per la lotta alla malattia si rendono disponibili, ad esempio il primo farmaco in grado di ridurre il rischio di acquisire l’infezione, approvato recentemente dalla Food and Drug Administration degli Stati Uniti, o il test fai da te che si esegue sulla saliva e che dà il risultato in 20-40 minuti, in vendita nelle farmacie americane da pochi giorni. II problema è riuscire a utilizzare tutte le armi a nostra disposizione nel modo giusto.

A questo proposito l’International Aids Society ha approvato insieme all’università di San Francisco una dichiarazione che contiene 9 azioni da intraprendere: aumentare gli investimenti, assicurare trattamenti e prevenzione alle persone più a rischio di infezione, eliminare qualsiasi stigma e discriminazione, aumentare l’offerta di test, fornire il trattamento a tutte le donne incinte, espandere il più possibile l’accesso alle cure, identificare e trattare la tubercolosi, accelerare la ricerca, coinvolgere le comunità. Quest’ultimo punto è particolarmente importante. Tanto che il tema della conferenza di quest’anno è “Turnirg the tide together”, invertire la tendenza insieme.
Il che vuol dire che solo con uno sforzo collettivo di scienziati, politici, industrie e comunità si può venire a capo del problema. Non si può aspettare troppo. Come avverte l’autore dell’articolo sul Nejm: prendere queste misure sarà costoso, ma non farlo potrebbe essere devastante: “Un futuro in cui l’infezione da Hiv è in aumento, con un numero crescente di persone che hanno bisogno di terapie a pesare ulteriormente su un sistema sanitario sovraccarico non sarebbe sostenibile”.