Anche con l’inglese e le riviste di serie A faranno carriera sempre i soliti noti

Il Venerdì di Repubblica
Marco Filoni

Come si valuta la ricerca?

La questione è annosa e, come un ritornello, torna d’attualità nei grandi progetti di riforma dell’università (senza considerare che si riforma ciò che è vivo, mentre la nostra ricerca appare piuttosto moribonda – e, più che riformata, andrebbe rivoluzionata). Tant’è. Si apprestano nuovi concorsi, visto che l’età media dei docenti è catacombale rispetto a quella degli altri Paesi.

Benissimo: i nostri professori raggiungeranno il meritato riposo e faranno posto alle migliori risorse delle nuove generazioni. C’è però un problema. Come sceglierle? Ecco allora la ministerial trovata: la creazione di un’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca, più nota con l’acronimo Anvur. È stata insediata dal Ministero poco più di un anno fa, anche se in realtà ha una storia pluriennale (per concepimento e gestazione leggete sul sito roars.it). Nomina puramente politica, s’intende. Ma non importa: ciò che conta è cosa ha deciso per valutare la qualità della ricerca. Senza entrare in tecnicismi, si può dire che vi sono vari criteri. La Società italiana di filosofia politica ha prodotto un documento interessante che ne discute alcuni.

Prendiamo le riviste scientifiche: l’Anvur le ha catalogate in fasce, A, B e C. La prima è quella buona, s’intende, ed è importante pubblicare in quelle riviste lì (metteranno la «A» in copertina?). In altri termini: qualsiasi scritto accettato da queste riviste (come per esempio, ed è vero, un saggio che dimostra come la gente prenda le decisioni migliori su alcune cose quando ha un urgente bisogno di urinare) varrà più di lavori pregevolissimi, persino monografie, pubblicati altrove.

Ma non è finita: hanno pure deciso che l’inglese è la lingua della scienza. A prescindere, direbbe Totò. Quindi le pubblicazioni in inglese valgono di più di quelle in italiano. Traccia d’un vecchio provincialismo italico, questo significa (lo sottolineano i filosofi politici) la morte dell’italiano come lingua di cultura. Con esiti di magnifico umorismo: si potrà scrivere di letteratura italiana, ma in inglese; o commentare il codice civile italiano, ma in inglese, in modo da partecipare a un dibattito internazionale che su questo tema, ovviamente, non c’è! Insomma, il documento dei filosofi politici ci dice una cosa importante: sacrosanti i rigorosi processi di valutazione, ma che non siano ridotti, come pare, a un’artificiale quantificazione della produzione scientifica. Un’intera generazione di giovani ricercatori è stata tagliata fuori e merita un riscatto. Se questo non accadrà, e sarebbe un esito nefasto, dipenderà anche dalle scelte errate dell’Anvur.