Un colpo basso che disorienta.
La spending review in sanità rappresenta l’ennesima scossa di un terremoto che rischia di incrinare le fondamenta del servizio pubblico così come è stato ben disegnato nel 1978. Un anno fa il governo Berlusconi disponeva la riduzione di 17 miliardi al bilancio della sanità, ora il commissario Bondi chiede altri 5 miliardi. E fanno 22, quasi un quarto del totale dei fondi. Misure di tale portata si spiegano solo con la necessità impellente di reagire a un’emergenza che stritola, con il rischio di bancarotta dietro l’angolo e la paura che, senza interventi drastici, non sia la sanità a crollare ma tutta l’Italia.
Si può comprendere l’esigenza di ridurre le spese ma è inspiegabile perché i tecnici non siano entrati nel dettaglio degli sprechi, preferendo invece la scorciatoia dei tagli uguagli per tutti. "Un governo tecnico incompetente" ha sentenziato il governatore della Toscana, Enrico Rossi, che i suoi conti li ha sistemati da anni, da quando era assessore. In effetti, essendo la gestione della sanità affidata alle regioni dal 2001, le situazioni sono molto diversificate e a fronte di amministrazioni virtuose ce ne sono altre sepolte dai debiti. Basti pensare che Lazio e Campania insieme raggiungono il 60 per cento del disavanzo dei conti sanitari di tutto il Paese. Eppure, stando al decreto del governo, proprio in Campania si potrebbero aumentare i posti letto anziché ridurli, benché la regione abbia dimostrato da più di dieci anni di non essere neanche lontanamente in grado di gestirli in maniera efficiente.
Ma essendoci di mezzo la salute delle persone, gli interventi devono essere analitici ed equi, non ci si può fermare alla contabilità. Se è giusta la chiusura degli ospedali minori, inefficienti economicamente, privi di tecnologie e spesso pericolosi per i pazienti, che dire dei 35 reparti di emodinamica del Lazio, delle 20 cardiochirurgie della Lombardia, di una concentrazione di Tac e risonanze magnetiche nella provincia di Varese superiore a tutta la Svizzera? Ridurre va bene, ma con metodo chirurgico: eliminare i doppioni, chiudere i reparti che servono solo per assegnare un posto di primario all’amico di partito, intervenire sull’abnorme numero di indagini diagnostiche inutili e ripetitive. Servirebbe un Enrico Bondi in ogni regione, o ancora meglio in ogni ospedale. Serve, infatti, molto lavoro e un po’ di tempo, per mettere in sicurezza la sanità pubblica sul lungo periodo e puntare su ciò che conta di più: qualità delle cure ed efficienza.
I tagli non si giustificano dando la colpa a una spesa complessiva troppo elevata dal momento che, rispetto a Paesi come Francia o Germania, in Italia i fondi sono inferiori del 20 per cento, a parità di condizioni di salute dei cittadini. II problema non sta nel saldo totale degli investimenti ma nello sperpero, spesso associato a incompetenza, a livello locale. Ormai in quasi mezza Italia il servizio pubblico di fatto non esiste, benché sia pagato con le tasse dei cittadini, e le cure non sono garantite. L’altra metà del Paese sta meglio e non ne vuole sapere di pagare per tutti. Ma se i tagli colpiranno allo stesso modo le regioni virtuose e quelle negligenti si arriverà in fretta allo smantellamento del principio dell’assistenza come diritto costituzionale.
Chi governa ha l’occasione per fare uno sforzo in più: individuare capillarmente gli sprechi ovunque esistano ed eliminarli, avviare un’azione incisiva di controllo e monitoraggio non solo sugli acquisti di beni e servizi ma anche sulla qualità delle cure, sulle prescrizioni, sui ricoveri inutili, sui costi della corruzione. E soprattutto il governo deve imporre le decisioni, una volta condivise. Per fare un esempio, la chiusura dei punti nascita dove si eseguono meno di 500 parti l’anno, prevista oggi dal decreto del governo Monti, è giustissima, peccato che la stessa disposizione fosse stata introdotta da un altro governo nel 2000 e, a dodici anni di distanza, siamo ancora al punto di partenza. Ecco, questa volta evitiamo di fare tanto rumore nulla.