Il caso del Mississippi mostra quant’è vasta la battaglia legale sull’aborto

Il Foglio

Per abortire nello stato del Mississippi ci si deve rivolgere alla Jackson Women’s Health Organization, l’unica clinica autorizzata a praticare interruzioni di gravidanza. In aprile il governatore dello stato, Phil Bryant, un repubblicano sostenuto da una rocciosa maggioranza, ha firmato una legge (che sarebbe entrata in vigore domenica) che impone a tutte le cliniche dove si fanno aborti di impiegare soltanto personale medico registrato nello stato e con il “privilegio” di autorizzare ricoveri negli ospedali statali.

Condizioni che non è semplice soddisfare, soprattutto per una piccola clinica che impiega più che altro medici che vengono da più progressisti stati circostanti per offrire prestazioni occasionali nella struttura di Jackson. Risultato: la legge del Mississippi cessa di fatto le attività dell’unico provi-der di aborti dello stato. La Jackson Women’s Health Organization da aprile dice che la legge è un patetico imbroglio, che il governatore usa in modo pretestuoso il testo al solo scopo di far chiudere l’unica clinica non allineata con il sentire pro life dello stato del sud. E domenica un tribunale federale ha accolto il ricorso contro la legge numero 1.390. Il giudice Daniel Jordan ha bloccato l’applicazione della legge e ha scritto nelle motivazioni della sentenza che “sono state trovate prove che dimostrano come la legge sia stata disegnata con l’intento di eliminare l’aborto nel Mississippi. Inoltre, non ci sono prove che le preoccupazioni per la sicurezza o per la salute siano alla base del passaggio del testo”. Jordan ha convocato un’ulteriore seduta l’ll luglio, ma la sentenza è una limpida vittoria per il fronte pro choice, che già nell’autunno scorso aveva avuto un suo momento di gloria con l’affossamento del “personhood amendment”, un referendum che avrebbe garantito i diritti della persona all’atto del concepimento (equiparando di fatto l’aborto all’omicidio). Dopo una logorante campagna fatta di mobilitazioni speculari, gli oppositori della misura antiabortista si sono imposti con i155 per cento dei voti, spezzando le speranze del governatore di uno stato “abortion-free” e mostrando i limiti della mobilitazione: se non ci sono riusciti nella roccaforte pro life del Mississippi, ragionavano gli osservatori, a fortiori non riusciranno a introdurre misure analoghe in contesti più moderati. La sentenza di domenica ha dato un’ulteriore martellata alle speranze dei pro life dello stato, un colpo particolarmente significativo se si considera l’incessante fermento intorno all’aborto a livello delle legislazioni dei singoli stati. Lo spettro della campagna per la restrizione dell’accesso all’aborto va dagli ultrasuoni obbligatori proposti in alcuni stati, fino alla diminuzione del numero di settimane di gravidanza oltre il quale non è concesso abortire, passando per altre forme di tutela dell’embrione e del feto. Il Mississippi doveva essere la testa di ponte dell’offensiva, ma fra il fallimento del referendum e la sentenza di domenica la carica sembra essersi esaurita e sulle scrivanie dei giudici di mezza America stanno aumentando rapidamente le carte che invitano i legislatori a un ritorno alla lettera della Roe v. Wade, la sentenza della Corte suprema che ha legalizzato l’aborto. Il governatore Bryant ha detto di essere “deluso” da un verdetto che annulla una legge scritta secondo lo spirito della “protezione della salute delle donne”. Vista da fuori, la disputa attorno a una sparuta clinica del Mississippi sembra loca-listica e peregrina; ma quel fuoco di fila di leggi e sentenze è una rappresentazione in scala dibattito americano sulla vita