Chi vuole espropriare la nuda vita

S. Rodota’, P. Flores D’Arcais

In apertura del suo nuovo libro (A chi appartiene la tua vita?, Ponte alle Grazie, Firenze, pagg. 158, euro 12.50) Paolo Flores d’Arcais sottolinea subito che esso «non era nelle intenzioni. E stato imposto dalla violenza delle circostanze». Ma non siamo di fronte ad un "instant book", legato a una vicenda di cronaca e destinato ad esaurirsi con essa.

Si tratta di una riflessione che, pur prendendo direttamente le mosse dalla vicenda di Eluana Englaro, va a fondo sui temi generali che essa ha imposto alla discussione pubblica. Un libro tempestivo, dunque, uno strumento utile per reagire alla regressione culturale che stiamo vivendo e che produce le aberrazioni legislative di questi giorni, ricordandoci che la cattiva politica è sempre figlia della cattiva cultura. Appartiene a quella riflessione su una ars moriendi laica, condotta da credenti e non credenti, che sta cercando di offrire a tutti gli uomini di buona volontà un terreno di discussione comune, libero da ogni forma di ipoteca confessionale o ideologica, e che possa così restituire a tutti e a ciascuno il rispetto di libertà e dignità nel tempo in cui la vita finisce. Il linguaggio è netto, senza giri di parole, com’è subito evidente dal titolo del primo capitolo -"il partito della tortura".

Sarebbe sbagliato, tuttavia, cogliere qui una forzatura. Il termine "tortura" compare in una lettera del 1970 di Paolo VI a proposito appunto dei trattamenti inutili nella fase terminale della vita, testimonianza di una consapevolezza che sembra smarrita e che ha portato la Chiesa ad assumere atteggiamenti di assoluta chiusura, in forme tali da provocare una netta presa di distanza da parte di molti credenti. Ed è proprio la polemica con le posizioni della Chiesa cattolica a costituire un dichiarato filo conduttore dell’intero libro, in due direzioni: il rifiuto di ogni pretesa teocratica, della imposizione a tutti di comportamenti fondati su una religione; le contraddizioni pratiche in cui la Chiesa si trova impigliata proprio quando stabilisce i criteri in base ai quali valutare la legittimità dei comportamenti. Il caso Englaro viene esaminato come lo specchio d’una politica ottusa e impietosa, che sfrutta quell’occasione per interrompere la civile costruzione del diritto di governare liberamente la propria vita secondo Costituzione, e a questo sostituisce non il rispetto delle credenze di ciascuno (che non era mai stato in discussione), ma la dipendenza di Governo e maggioranza parlamentare da posizioni sempre più dure e dichiarate della gerarchia vaticana.

Il clima è quello di una sottomissione della politica, che sta producendo ben più d’una specifica legge: cambia i rapporti tra la persona e lo Stato, mortificando o addirittura cancellando la rilevanza del consenso informato. Proprio l’accento posto sulla volontà della persona, sul suo diritto di rifiutare le cure e di "non soffrire", costituisce il riferimento costante della riflessione ulteriore, e più impegnativa, condotta da Flores d’Arcais, che lo porta ad affrontare direttamente il tema del suicidio assistito, il cui pregiudiziale rifiuto appare sostenuto da argomenti deboli, tali da determinare anche ingiustificate disparità di trattamento tra soggetti che si trovano in situazioni sostanzialmente identiche (proprio da questa considerazione prese le mosse il documento indirizzato alla Corte Suprema degli Stati Uniti da un gruppo di autorevoli filosofi morali). Ma deboli in sé, o per gli esiti resi possibili dall’innovazione scientifica e tecnologica, si presentano anche gli argomenti fondati sulla vita come "dono" o sul riferimento alla natura, con una critica che viene sviluppata anche attraverso un confronto con personalità autorevoli della Chiesa come i cardinali Tonini e Tettamanzi. Riflessione teorica e argomentazione costituzionale si congiungono, mettendo in evidenza la debolezza delle posizioni di chi sta adoperando lo strumento legislativo per impadronirsi della vita altrui, con una operazione che assume così i connotati di una prevaricazione. Ma, proprio grazie al lavoro di critici determinati, la coscienza di questa debolezza comincia a diffondersi, incrina certezze anche nella maggioranza politica che sta perseguendo l’obiettivo di espropriare le persone di quel diritto all’autodeterminazione definito “fondamentale” dalla Corte costituzionale. Una constatazione, questa, che induce non all’ottimismo, ma a confermare il dovere di ognuno di fare la sua parte, a reagire alla rassegnazione di chi pensa che l’azione culturale sia ormai inutile. Fa bene, quindi, Paolo Flores d’Arcais a sottolineare la necessità di continuare "la lotta", e di farlo con strumenti acuminati, e non compiacenti.

Una legge che impone la tortura
Anticipiamo un brano inedito della raccolta di saggi “A chi appartiene la vita” di (Pontealle Grazie, pagg. 158, euro 12,50) da oggi in libreria Sul cittadino italiano incombe la minaccia della tortura di Stato. Le Disposizioni in materia di alleanza terapeutica, di consenso informato e di dichiarazioni anticipate di trattamento che danno il titolo al disegno di legge Calabrò, che la maggioranza berlusconiana vuole imporre al Paese, sono presentate dai media come la regolamentazione del testamento biologico, ma in realtà rendono tale testamento impossibile e introducono al suo posto -lo dico senza alcuna forzatura retorica – una vera e propria tortura di Stato. (…) Con questa legge Piergiorgio Welby sarebbe ancora attaccato al respiratore artificiale che rendeva la sua vita una tortura, come ha disperatamente ripetuto per anni, «parlando» alla fine col solo battito delle ciglia in una sorta di drammatico alfabeto Morse familiare. Infatti sarebbe impossibile da parte del medico la «disattivazione di trattamenti sanitari», quale il respiratore artificiale, che sono certamente «proporzionati alla salvaguardia della vita [del paziente]», ma che il paziente esplicitamente rifiuta, poiché ne giudica l’uso non già un beneficio per sé ma un mostruoso e disumano incubo.

Tortura, appunto: «Ogni giorno vado peggio [. ] aspettando che arrivi l’ora della compressa del Tavor per addormentarmi e non sentire più nulla, nella speranza di non svegliarmi la mattina [.] morire mi fa orrore, purtroppo ciò che mi è rimasto non è più vita, è solo un testardo e insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche». Con questa legge Luca Coscioni, che rifiutò la tracheotomia che lo avrebbe posto nelle stesse condizioni di Welby, e mori dunque di crisi respiratoria, sarebbe stato inciso a forza nella trachea, e nella ferita gli sarebbe stato inserito a forza il respiratore artificiale, contro la sua esplicita e reiterata volontà e in spregio alla sua dignità di persona, perché anche la semplice «non attivazione di trattamenti sanitari [.] proporzionati alla salvaguardia della vita» non sarebbe più consentita, diventerebbe un reato. Non solo il paziente è condannato alla tortura di Stato, il medico è costretto dalla legge a trasformarsi in aguzzino.