Marzo 2004. I radicali depositano quattro quesiti referendari
Due mesi dopo, e siamo al 25 marzo 2004, i radicali depositano in Corte di Cassazione quattro referendum abrogativi. Il primo di abrogazione totale, gli altri tre di abrogazione parziale della legge 40 del 2004. L’idea iniziale è di concentrare la raccolta su un solo referendum, quello toltalmente abrogativo, per renderla più semplice sia per i militanti che per i cittadini. Il 24 e 25 aprile e il 1° e 2 maggio sono i primi due finesettimana di mobilitazione nelle piazze di tutta Italia. Grande affluenza si registra soprattutto alla Festa dei lavoratori celebrata a Roma con il consueto concerto di San Giovanni organizzato da Cgil, Cisl e Uil. Marco Pannella e gli altri eurodeputati radicali aprono un banchetto anche di fronte all’emiciclo del Parlamento europeo. Molti esponenti del centrosinistra, ma anche del centrodestra, nonché diversi funzionari e assistenti parlamentari, sottoscrivono le proposte di referendum. Alla campagna aderisce anche l’Arcigay. «Per la prima volta nell’intera storia d’Italia – spiega il presidente, Sergio Lo Giudice – si è introdotto, con l’articolo 5, un principio esplicito di discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale e lo si è fatto sulla pelle di donne che necessitano di un intervento sanitario».
Il Congresso italiano del Prt celebra i trenta anni dal referendum sul divorzio. Proprio la vicenda politica che portò al voto del 12 e 13 maggio 1974 accende il dibattito con i Democratici di sinistra. L’idea di Pannella è che, oggi come allora, i vertici del partito siano lontani dagli orientamenti della base. «La nostra preoccupazione – ribatte il capogruppo Ds a Montecitorio, Luciano Violante – è quella di presentare un progetto di legge alternativo. Infatti una forza prettamente parlamentare come la nostra deve usare i mezzi parlamentari innanzitutto». Il leader radicale ricorda che fino al 20 marzo 1974 la direzione del Pci era mobilitata per evitare il referendum del 12 maggio, poi cambiò idea.
A fine maggio Rifondazione Comunista comunica che andrà nelle piazze a raccogliere le firme. «Avremmo preferito – precisa Elettra Deiana – tempi più maturi, con altre iniziative che contribuissero a far crescere la consapevolezza nella popolazione».
Intanto, per le elezioni europee, Radicali Italiani presenta una denuncia contro i vertici Rai. La televisione di Stato non ha rispettato le norme stabilite dalla Commissione di vigilanza sul servizio pubblico per l’intero periodo elettorale, dal 10 aprile al 21 maggio, violando l’obbligo di «garantire una presenza equilibrata in tv dei soggetti politici che partecipano alle elezioni assicurando un equilibrato contraddittorio». Altro problema è l’espulsione delle tematiche tabù. L’unica trasmissione che ha dedicato spazio al tema della procreazione assistita e ai referendum proposti dai radicali è Batti & ribatti di Pierluigi Battista. Mentre l’intervista a Domenica In in cui l’attrice Monica Bellucci criticava duramente la normativa appena approvata viene arbitrariamente tagliata.
Niente censure, invece, per il cantante Vasco Rossi che apre il tour promozionale del suo ultimo disco indossando una maglietta che invita a sottoscrivere le proposte referendarie.
Da parte sua, Emma Bonino continua a chiedere la mobilitazione dei partiti che si sono dichiarati espressamente contro i contenuti della legge. «I Ds potrebbero concludere la missione in un weekend, semplicemente aprendo i banchetti alle feste dell’Unità. Per ora il problema nel Triciclo è superare le resistenze della componente cattolica. Rutelli è oggettivamente l’elemento frenante della raccolta delle firme».
Luglio 2004. Tre comitati diversi depositano nuovamente i tre quesiti referendari parziali
Il 7 luglio si svolge un incontro tra i radicali, il senatore repubblicano Antonio Del Pennino ed alcuni esponenti Ds. Al termine, Del Pennino dichiara: «Abbiamo trovato la quadra». I partecipanti convengono sulla costituzione di un «comitato trasversale (con esponenti di Forza Italia, Ds, radicali, repubblicani, Nuovo Psi, Sdi) che ridepositerà i tre quesiti parziali». Le firme verranno raccolte «contestualmente» sia sui tre quesiti parziali, sia su quello di abrogazione totale proposto dai radicali e sia ul quinto quesito proposto da Cgil e comunisti. Anche Katia Zanotti, dei Ds, giudica positivamente la riunione, che ha portato alla «ricomposizione del comitato referendario», di nuovo «unitario» ma anche «plurale sulle opzioni referendarie». Previsti un «fascicolo referendario e banchetti unici». Per rilanciare in tempi brevi la campagna bisognerà «partire dai luoghi di aggregazione dell’estate, come le Feste dell’Unità».
Radicali italiani, Ds, Comunisti italiani, Margherita, Nuovo Psi, Sdi, laici del centrodestra. Questo, dunque, lo spettro di forze politiche che il 13 luglio 2004 deposita in Cassazione i quattro quesiti di abolizione parziale. «Appena la Cassazione darà il via libera – spiega Barbara Pollastrini dei Ds – partirà una grande mobilitazione per la raccolta delle firme necessarie allo svolgimento del referendum». Capezzone ricorda però che sul quesito totale sono già state raccolte migliaia di firme e che i tavoli sono ancora aperti: «Chi vuole lavorare bene tra venti giorni farebbe bene da subito a dare man forte a una campagna che serve a dare forza alle successive».
Per sollevare il problema dell’assenza di informazione televisiva sul referendum, Capezzone e la tesoriera di Radicali Italiani, Rita Bernardini, iniziano uno sciopero della fame. Tredici giorni dopo la Commissione di Vigilanza chiede alla Rai «di inserire tempestivamente nei notiziari adeguata informazione e di aprire la programmazione televisiva a trasmissioni di dibattito e confronto sul tema», ma i due dirigenti radicali sospendono lo sciopero soltanto il 30 luglio, dopo avere ricevuto rassicurazioni dal direttore generale della Rai, Flavio Cattaneo.
Intanto Marco Pannella, Fausto Bertinotti, Antonio Di Pietro, Luca Coscioni e Maura Cossutta annunciano un nuovo grande sforzo di mobilitazione, mentre una delegazione guidata da Coscioni incontra Massimo D’Alema. «A sostegno di questa battaglia – afferma il presidente Ds – noi proponiamo dei referendum che siano stimolo per il Parlamento, per eliminare le parti negative di questa legge. E se il Parlamento non recepirà queste indicazioni saranno i cittadini con il loro voto a farlo, aprendo la strada ad una nuova normativa».
Durante il mese di agosto Pannella rivolge ancora parole dure alla sinistra: «Da venti giorni accuso il segretario dei Ds e quindi la politica ufficiale dei Ds, per non parlare di quella della Margherita o di tanti laici, che continua a mancare alle parole di impegno che ci dà, sul piano concreto del fare. Li accuso di mentire al loro popolo, innanzitutto. Lo stesso Bertinotti ci ignora mentre l’immensa maggioranza del popolo della sinistra storica, ha una posizione che è la nostra: possiamo ancora battere questa legge». Segue la dichiarazione di impegno di alcuni parlamentari Ds in favore del referendum, alla quale il leader radicale replica con un Eppur si muove.
Nell’aula deserta del Senato prende il via il percorso parlamentare del progetto di legge presentato il 6 agosto da Antonio Tomassini, di Forza Italia, per la revisione della legge sulla procreazione assistita. L’obiettivo principale del progetto è «proteggere una legge storica e fondamentale dalla follia dell’abrogazione referendaria», come spiega la senatrice azzurra Laura Bianconi. Il 25 agosto, accolto da cori da stadio, Giulio Andreotti infiamma la platea del Meeting di Comunione e Liberazione. La «via del compromesso», dichiara Andreotti, è l’unico modo per «non cadere in quel clima che noi vivemmo con sofferenza nel momento dei referendum su divorzio e aborto. Un clima che di nuovo si ripete con questa richiesta di referendum e rinasce l’idea degli oscurantisti e dei moderni contrapposti l’un l’altro».
Il leader disegnato del centrosinistra Romano Prodi spera in un accordo con il centrodestra. «Un referendum – afferma – dilanierebbe di nuovo la situazione del nostro paese». Francesco Rutelli critica fermamente la mobilitazione delle organizzazioni di partito «su una materia che é del tutto legittimo coltivare in base alle convinzioni personali, ma su cui é inopportuno che una coalizione esprima una propria disciplina politica».
Il 21 settembre 2004 scende in campo il presidente della Conferenza episcopale, Camillo Ruini. «Continua martellante, – osserva Ruini – su molti organi di stampa, la polemica contro la legge sulla procreazione medicalmente assistita, anche al fine di promuovere la raccolta di firme per i referendum che dovrebbero abrogarla o modificarla su punti sostanziali. Colpisce soprattutto, anche in questo caso, l’incapacità o la non volontà di prendere in considerazione lo spessore della posta in gioco, che ruota in ultima analisi intorno alla domanda sulla natura e sulla dignità dell’essere umano. La consueta enfatizzazione di casi certamente dolorosi, condotta in modo unilaterale e non di rado forzando i dati, prescinde tra l’altro dalla semplice ma assai pesante constatazione che, applicando i criteri presentati come gli unici rispettosi del desiderio di felicità delle persone, non sarebbero mai nati molti uomini e donne che oggi conducono la loro vita con gioia e con positivi risultati, come alcuni di loro hanno preso personalmente l’iniziativa di testimoniare. Sono questi i motivi per i quali non possiamo disinteressarci di simili problemi».
Il centrodestra sembra disponibile al compromesso. Il presidente di An e vicepresidente del Consiglio, Gianfranco Fini, ammette che «la legge che è stata fatta non è una legge perfetta» e che «tutte le leggi sono migliorabili». Ed aggiunge: «Sono contrarissimo ad abolire la legge perché, se su una materia come la genetica non ci sono regole, rischiamo il far west».
La raccolta delle firme non è scontata. A fine settembre si svolge a Torre Argentina un vertice dei Comitati referendari, ovvero la riunione congiunta di esponenti del Comitato radicale e del Comitato comune. Al termine dell’incontro Capezzone dichiara: «La mia conclusione è che abbiamo settantadue ore per salvare i referendum. Manca poco per farcela, ma, di tutta evidenza, non ce l’abbiamo ancora fatta. Al di là del lavoro “interno” dei Comitati (assicurare il tempestivo rientro delle firme, provvedere alle certificazioni e ai controlli), è fondamentale che questo sia un weekend di mobilitazione anche sul versante della raccolta delle firme.
Mentre arriva in Parlamento un nuovo progetto di legge per evitare il referendum firmato Popolari-Udeur, si costituisce a Firenze il primo comitato per il no. Promotore è il deputato fiorentino Riccardo Migliori, di Alleanza nazionale. L’obiettivo è raccogliere adesioni per «attuare una corretta informazione che contrasti la tagliola incrociata di false notizie sul tema, messa in piedi da varie forze politiche in modo trasversale».
Settembre 2004. La consegna delle firme alla Corte di Cassazione
Il 30 settembre i comitati referendari consegnano alla Corte di Cassazione gli scatoloni con le firme necessarie per la tenuta dei referendum. Per i radicali è un «successo storico»: 1.090.000 firme sono state raccolte sul referendum per l’abrogazione totale, da 702.000 a 740.000 sugli altri quattro quesiti di abrogazione parziale. Ora, avverte Capezzone, occorre difendere i referendum dai molti poteri che vogliono evitare che i cittadini si esprimano: il Vaticano, i partiti, la Corte costituzionale. Radicali Italiani e l’Associazione Luca Coscioni organizzano una «marcia festosa», accompagnata da una jazz band, da Porta Pia a Piazza Cavour.
Piero Fassino, dal canto suo, afferma: «Il nostro obiettivo è una buona legge. Siamo pronti ad un confronto in Parlamento e in qualsiasi sede per affrontare i problemi che questa legge non risolve, anzi crea. Naturalmente diciamo una cosa con grande chiarezza: siamo pronti a discutere una buona legge non a discutere una mossa finta per evitare un referendum». L’ex presidente del Consiglio, Giuliano Amato, comunica che sta mettendo a punto un testo per correggere la legge e soddisfare così alcuni quesiti referendari senza arrivare al voto.
Con il messaggio alla Settimana sociale dei cattolici italiani, che si svolge a Bologna, Giovanni Paolo II lancia l’allarme. «Benché la democrazia sia consolidata in Italia», secondo il Pontefice vi sono «rischi e minacce» a causa dell’avanzata di «correnti filosofiche, visioni antropologiche o concezioni politiche non esenti da preconcetti ideologici». È dunque necessario che i cattolici riconsiderino «l’importanza dell’impegno nei ruoli pubblici e istituzionali e in quegli ambienti in cui si formano decisioni collettive significative e in quello della politica».
Ad ottobre, dopo alcune dichiarazioni sulle donne e gli omosessuali, scoppia il caso Buttiglione. Processo alla strega cattolica, titola Il Foglio di Giuliano Ferrara. Il giorno dell’audizione di Rocco Buttiglione davanti alla Commissione libertà pubbliche del Parlamento europeo, commentando le dichiarazioni dell’esponente dell’Udc, Pannella osserva: «Buttiglione è stato canonicamente ineccepibile. Rispetto alle domande che sono state poste, si è mantenuto su posizioni assolutamente formalistiche e in linea con l’immagine di commissario assolutamente ligio alle regole e all’attuale realtà costituzionale europea». Nello stesso comunicato Pannella critica piuttosto l’atteggiamento dei commissari della sinistra e dei commissari laici ed afferma: «Questo comportamento (di Buttiglione, ndr) è stato tanto più facile perché, su un problema di libertà pubblica che esplode nel mondo, le libertà di ricerca scientifica e di cura di malattie genetiche che possono riguardare decine di milioni di europei, qui nessuno della sinistra e dei laici, italiani inclusi, ha posto questo problema al vicepresidente designato della Commissione».
Dal 7 all’8 dicembre 2004 il Parlamento europeo ospita il convegno sul tema Laicità e religioni nell’Unione Europea: le emergenze Francia, Italia e Spagna. Marco Pannella nella lettera d’invito ai relatori spiega così il senso e l’urgenza dell’incontro: «Da laici andiamo da non poco compitando alcune parole: Concilio Vaticano II, religione della libertà e della responsabilità, Concordati-Potere-Ricchezze, essere ed avere, clericalismo e anticlericalismo, concezione e procreazione, Riforme e Controriforme, etica e scienza, nonviolenza e pacifismi, amore e sesso, e infine nobiltà della politica, dialogo, e ovunque immani colpi di coda di fanatismi che in ogni luogo del mondo uccidono vita e speranza …». E ancora: «Abbiamo deciso di destinare risorse umane, organizzative e finanziarie, in quest’occasione per noi disponibili, per rendere la parola in primo luogo a esponenti e testimoni del mondo cattolico e cristiano che ci sembrano onestamente tacitati e rimossi dal grande dibattito istituzionale, politico e civile che divampa in questo momento in pressoché tutti i Continenti».
Gennaio 2005. La Corte Costituzionale boccia il quesito totalmente abrogativo
Il 13 gennaio 2005 i giudici della Corte Costituzionale, al termine della camera di consiglio, decidono l’inammissibilità del quesito referendario proposto esclusivamente da Radicali Italiani e dall’Associazione Luca Coscioni. La Consulta dichiara invece ammissibili gli altri quattro referendum di abrogazione parziale della legge. Il timore dei sostenitori del referendum totalmente abrogativo è quello di uno sviamento parlamentare della consultazione referendaria. Se Giuliano Amato rilancia la sua proposta di modifica della legge 40, Elena Montecchi, vicepresidente dei deputati Ds, ammette: «Non disperiamo del fatto che nelle aule parlamentari possa ricomporsi un’idea sulla fecondazione assistita che tenga conto di chi vuole avere un figlio e non può averlo senza un aiuto esterno».
A questo punto, però, c’è un nuovo intervento del cardinale Camillo Ruini. Inutile inseguire la modifica della legge in Parlamento per evitare il referendum, per il presidente della Cei nessuna modifica apporterebbe miglioramenti alla attuale legge, la quale, afferma il prelato, salvaguarda principi e criteri essenziali. Il cardinale allude alla possibilità di far mancare il quorum alla consultazione popolare. Nella Chiesa , tuttavia, ci sono voci diverse. «I cattolici possono anche votare sì», afferma in un’intervista al Corriere della Sera Don Luigi Verzé, fondatore del San Raffaele.
La riapertura di un dibattito politico sui temi della bioetica, seguita alla raccolta delle firme per i referendum sulla procreazione assistita, propone nuove analisi anche della battaglia sull’aborto. Alcuni giornali, dopo le prese di distanza di alcune esponenti femministe dall’ultima iniziativa dei radicali, parlano di un ripensamento femminista.
A fine gennaio la Corte Costituzionale deposita le motivazioni della sentenza con la quale ha bocciato la richiesta referendaria di abrogare totalmente la legge 40. La Consulta sottolinea che quella sulla procreazione è la «prima legislazione organica relativa ad un delicato settore, che negli anni più recenti ha conosciuto uno sviluppo correlato a quello della ricerca e delle tecniche mediche, e che indubbiamente coinvolge una pluralità di rilevanti interessi costituzionali, i quali, nel loro complesso, postulano quanto meno un bilanciamento tra di essi che assicuri un livello minimo di tutela legislativa. La richiesta di sottoporre a referendum abrogativo l’intera legge n. 40 del 2004 coinvolge quindi una normativa che è costituzionalmente necessaria. Tale motivo di inammissibilità è assorbente rispetto agli altri parametri di giudizio».
Il 26 febbraio, mentre è in corso al Teatro Brancaccio l’assemblea di Ds, Margherita, Sdi, Repubblicani europei riuniti per la nascita ufficiale della Federazione dell’Ulivo, una delegazione dei radicali manifesta davanti all’ingresso: «Siamo tutti Luca Coscioni». Il veto contro l’accordo con i radicali in vista delle regionali posto da alcune componenti della Fed verterebbe proprio sul nome scelto per le liste, quello del presidente di Radicali Italiani. La classe politica, denuncia Emma Bonino, è «genuflessa» di fronte alle gerarchie vaticane, che non rappresentanto neanche tutti i cattolici e questo «consente alle gerarchie di essere più invasive».
Contro l’invito di Camillo Ruini a non andare a votare per i referendum, si levano i cristiani non cattolici. «Il fatto – scrive in sua nota il moderatore della Tavola valdese, Gianni Genre – che una Chiesa possa incitare i suoi fedeli a boicottare un istituto come il referendum che regola la vita pubblica e civile di un paese democratico è inaccettabile». Contro la mancanza di pluralismo dell’informazione sui referendum si schiera inoltre la Federazione delle chiese evangeliche, che riunisce battisti, luterani, metodisti, valdesi. La posizione della Fcei sul referendum è espressa nei documenti della Commissione per la bioetica della Tavola valdese, che all’indomani dell’approvazione della legge riteneva eticamente inaccettabile la completa subordinazione delle aspettative delle persone ad astratti diritti di un organismo vitale che ancora persona non è.
Intanto, il Comitato promotore dei referendum chiede al Governo di fare la scelta più saggia per la data del voto, quella del 29 maggio, senza dimenticare l’esigenza di ripulire le liste degli italiani all’estero da «morti e fantasmi». E’ necessario e urgente «dissipare almeno due equivoci che si sono creati in queste settimane», dichiarano Daniele Capezzone e Rita Bernardini. «Il Governo ha tempo fino al 9 aprile per scegliere la data del 29 maggio. Infatti, i referendum, oltre a doversi tenere tra il 15 di aprile e il 15 di giugno, debbono svolgersi tra 50 e 70 giorni dall’emanazione del decreto di indizione (art. 15 legge 352/1970). Ergo, l’ultimo giorno utile per poter scegliere il 29 maggio si ottiene sottraendo 50 giorni alla data del 29 maggio. E il termine che così risulta è proprio il 9 aprile. Nessuna norma impedisce poi sovrapposizioni con parziali consultazioni amministrative».
Pannella sottolinea la purezza della colomba e l’astuzia del serpente nel gesto di Giulio Andreotti, che dichiara alla stampa di inchinarsi al cardinal Ruini ed astenersi nel referendum sulla fecondazione assistita. Andreotti in un primo momento aveva fatto sapere che avrebbe votato no, e comunque sarebbe andato a votare affinché si potesse raggiungere il quorum. Con il suo gesto, con il suo tornare indietro sceglie invece di svelare, di mettere in chiaro la condizione nella quale lui e tutti i cattolici come lui si trovano: l’obbligo all’inchino al reverendum contro la legge, il diritto, il libro, la parola del referendum.
Se il dibattito tra scienziati, teologi, opinionisti sembra ormai aperto, un sondaggio Abacus commissionato dai radicali dimostra quanto sia scarsa l’informazione sui temi dei referendum. Il 64% degli italiani ha intenzione di andare a votare per i referendum, ma il 43% di questi vorrebbe informarsi meglio prima di decidere se pronunciarsi per il sì o per il no. Il 22% è all’oscuro del fatto che si voteranno dei referendum nelle prossime settimane. Del 78% degli intervistati che si dichiara a conoscenza dell’appuntamento referendario, solo il 23% ne conosce l’argomento. Il 65% degli intervistati è poco o per nulla informato sulla fecondazione assistita e il numero dei disinformati sale al 79% per quanto riguarda i contenuti della legge 40 e all’87% per i quattro quesiti referendari.