Laici senza lamenti

Gian Enrico Rusconi
E’ una sferzata per i laici. Non è un naufragio. Si è esaurito un modo inerziale di concepire le ragioni tradizionali della laicità, che si ritenevano facili da comunicare.

I laici (credenti, non credenti e diversamente credenti) sono finalmente consapevoli di essere una minoranza in una società post-secolare, dove contano non già le appartenenze religiose in senso autentico, ma la funzione surrogatoria che la religione esercita nel fornire un’etica pubblica.

Avversaria della laicità non è la religione, bensì la sua pretesa di monopolizzare l’etica pubblica, negando pari dignità morale ad altre visioni morali della vita. Avversario della laicità è lo spregiudicato utilizzo delle procedure democratiche che alterano il senso e il valore stesso della consultazione referendaria.

Papa Ratzinger in alcune sue riflessioni, fatte da cardinale, parlava di ethos vissuto e condiviso. Ma i vincitori del referendum, tramite astensione, non hanno risposto a questo ethos, bensì hanno semplicemente massimizzato le preoccupazioni diffuse davanti all’enormità e alla complessità dei problemi sollevati. Invitando a non votare ne hanno alleggerito la complessità, anche grazie ad un linguaggio molto efficace e falsamente intuitivo («la vita non si mette ai voti»). Al confronto gli argomenti e le modalità espressive dei sostenitori del «sì» si sono rivelati inefficaci.

Ma i sostenitori della legge 40 sbagliano se, silurando il referendum, pensano di avere ottenuto carta bianca a favore della loro idea della «vita», del cui valore ritengono di possedere il monopolio. Hanno semplicemente provocato una sospensione di giudizio.
I laici avrebbero dovuto combattere con maggiore determinazione in sede parlamentare per una legge più sensata. In nome della laica pluralità delle «visioni della vita» e dell’etica della cura, avrebbero dovuto coinvolgere l’opinione pubblica con la stessa passione con cui si sono tardivamente impegnati nel referendum.

Adesso il pensiero laico si trova davanti al compito di ricostruire un concetto di natura umana, eticamente tutelata in modo bilanciato, perché distinta e distinguibile nelle sue molte fasi biologiche, da contrapporre ad una visione irrigidita e metafisica di natura.

Non è un’operazione ovvia e intuitiva. Non solo perché è aperta a possibili intollerabili abusi, come continuamente le viene rimproverato, ma perché presuppone un rapporto attento e critico con le prestazioni della scienza e delle sue tecnologie. Non è un discorso facile. I laici credevano di averlo già bell’e pronto, invece devono ancora rielaborarlo in modo convincente. Non per mortificare la vita – come dice la diffamazione nei loro riguardi – ma per riconoscerla nella sua straordinaria ricchezza e malleabilità al servizio dell’uomo.