Ma non eravamo (e non siamo) killer di bambini

Iuri Maria Prado
Questa volta nessuno può sostenere che l’informazione sui referendum è mancata, come invece è stato sicuramente in passate occasioni. E nemmeno si può sostenere che il libero corso della consultazione abbia incontrato gravi ostacoli, cioè gli impedimenti che altre volte contribuirono a vanificare i tentativi di riforma referendaria. Certo, l’informazione non è mai abbastanza e potevano senz altro fare di più, e meglio, i giornali e la televisione, specie quella del cosiddetto servizio pubblico. Ma che sia andata com’è andata a causa di un’informazione insufficiente davvero non si può dire.

E così certamente sarà pur vero che l’aver fssato la data del voto tanto in là, quasi dentro l’estate, con scuole chiuse, ha favorito quest’esito di modestissima partecipazione. Ma ancora: una settimana e forse anche un mese prima sarebbe stato (molto) diverso? No.

Dunque i motivi sono altri. Alcuni riguardano “questi” referendum, cioè le materie e i quesiti propri di questa consultazione. Altri, non meno importanti, riguardano l’isti tuto del referendum popolare per sé considerato, a prescindere da merito della con sultazione. E, cominciando da qui, occorre ormai riconoscere che il raggiungimento del quorum, cioè la misura necessaria per la validità dell’esperimento referendario, è sempre e comunque “a rischio”. È un male? Sicuramente sì, almeno per chi è affezionato all’idea che i cittadini esercitino il diritto di dire la loro sulle leggi approvate dal Parlamento, per vederle cancellate o confermate alla fine di una civile competizione. Però è così, non ci sono santi: il refereredum ormai ripugna o, se proprio va bene, incontra la diffusa indifferenza che questi dati di insignificante partecipazione al voto documentano in maniera indiscutibile.

Se vogliamo essere onesti dobbiamo riconoscerlo, senza fingere che la campagna astensionista sia stata davvero determinante. A chi si fa forte di questo risultato possiamo dire chiaramente che non la canta giusta, perché la mancata partecipazione al voto non corrisponde davvero a un’adesione politica o ideologica alle ragioni della campagna astensionista: ma il risultato non cambia, e quelli che predicavano la diserzione hanno pur vinto, anche se a farli vincere è stato più che altro un complesso di disaffezione e disinteresse del tutto autonomo.

Poi, ilmerito. Probabilmente i promotori, specie quelli “di sinistra”, pensavano, sbagliando, di poter proporre un messaggio in vincibile. Pensavano, sbagliando, di procedere senza contraddittorio e senza una controparte capace di opporre questioni forti di segno contrario. Pensavano a una campagna referendaria con avversari incapaci di mettere in campo una reazione qualsiasi, e che per loro sarebbe stato facile additarli come quattro fanatici. A dir poco, non erano quattro. E in quanto al fanatismo (che c’è stato e c’è, nel fronte antireferendario), era impensabile sconfiggerlo ricorrendo alle personalità e alle attricette prestate per un momento, cioè in buona sostanza per moda, per conformismo, alla buona causa della coppia democratica in fregola procreativa. Ai “vincitori” occorre tuttavia far presente che una mobilitazione di assai significativa contrarietà a questa legge c’è stata, e continua a esserci. Occorre ricordare che il loro fronte è stato occupato anche, forse soprattutto, da quelli che attribuivano al referendum e ai promotori, a volte in modo insultante, sentimenti distruttivi e progetti micidiali per la sorte dell’umanità. E deve essere ben chiaro che non era onesta, non era giusta, soprattutto non era fedele la rappresentazione del conflitto che invece hanno deciso di mettere in scena: con loro da una parte a “difendere la vita”, e gli altri a volerne fare materia passiva di esperimenti malvagi e pazzi.

Chi canta vittoria, infine, dovrebbe spiegare come si possa essere contenti di quel che rimane adesso, cioè una legge che si segnala per inadeguatezze ed ingiustizie che nessuno, tanto meno tra i difensori “della vita”, ha davvero saputo giustificare.