Non ha polemizzato con chi vota «no»: dieci giorni addietro aveva affermato che «il votare no di fatto è un aiuto ai sostenitori del referendum». Non ha richiamato la portata epocale della scelte in gioco, come aveva fatto in gennaio.
L’intervento di ieri – letto alle 19 e 30 a San Giovanni in Laterano, a conclusione del convegno della diocesi di Roma sulla famiglia – ha toni bassi perché il cardinale, dicono i suoi collaboratori, vorrebbe che si andasse al referendum in un clima «sereno». Soprattutto vuole evitare che i sostenitori dei quattro «quesiti» possano approfittare delle sue parole per accusare la Chiesa di aver voluto la «contrapposizione».
Il cardinale vicario e presidente della Cei ha dato per acquisito che i partecipanti al convegno fossero tutti concordi e attivi nella mobilitazione per convincere il più gran numero di concittadini a disertare le urne, in modo che la consultazione risulti invalidata: «Questa sera sento in particolare il bisogno di ringraziare ciascuno di voi per quel che state facendo in rapporto al referendum e alla scelta consapevole del non voto».
Ruini e i suoi, al vertice della Cei, non hanno mai usato la parola «astensione», ma sempre «non voto», per allontanare anche solo il sospetto di «indifferenza» rispetto ai quesiti proposti.
«Non siamo noi – ha continuato Ruini – ad aver voluto il referendum, non siamo e non saremo noi a esacerbare i contrasti e le contrapposizioni; non vogliamo forzare le coscienze ma soltanto illuminarle». Sono le risposte del cardinale alle accuse che gli sono state rivolte, in particolare a quella di aver «condizionato», con un pronunciamento d’autorità, la decisione dei cittadini cattolici.
Poi gli argomenti in positivo: «Non siamo contro nessuno, lavoriamo invece per qualcuno. Per la vita umana nascente, certo, e per i figli che hanno diritto a conoscere i propri genitori, ma anche per le donne e gli uomini di oggi e di domani, che devono sempre essere considerati e trattati come persone e non come prodotto di laboratorio o oggetto di sperimentazione, e che anche nel loro giusto desiderio di essere genitori vanno aiutati a non dimenticare che il figlio rimane sempre, prima che una propria soddisfazione, una persona da accogliere in dono».
Sulla scelta del «non voto» il cardinale ha avuto l’unanimità – almeno così è stato affermato – del Consiglio permanente e poi dell’assemblea della Cei. Ma l’appoggio decisivo a quella posizione è venuto dal Papa, che il 30 maggio ha detto ai vescovi di essere «vicino» a loro nell’«impegno» che si erano assunti di «illuminare» i cattolici e i cittadini sulle scelte referendarie. Nonostante il sostegno collegiale e papale, non sono mancate le critiche all’operato di Ruini: da D’Alema che ha definito il «non voto» una «furbata» a Fini che l’ha qualificato come «antieducativo», al cattolico Prodi che ha detto «andrò a votare». La critica più frequente è stata quella di voler «fare politica». Il segretario dei Radicali italiani Daniele Capezzone l’ha rilanciata ieri con humor: «Mi spiace dirlo, ma Ruini parla proprio come un Capezzone qualunque».