La legge numero 40 del 2004 – approvata a maggioranza trasversale con 277 voti contro 222 in scrutinio segreto – prevede infatti, fra l’altro, che: a) sia vietata la fecondazione con seme e ovociti estranei alla coppia: in pratica, se uno dei due non può procreare, nessuno può generare (con donatore segreto) anche se il loro massimo desiderio è avere un figlio; b) non si possono produrre più di tre embrioni per volta, e bisogna trasferirli nell’utero con un solo impianto: ovvero si riducono moltissimo le possibilità che l’operazione funzioni; c) e questo è il punto più tremendo: sia vietato fare analisi sugli embrioni prima di impiantarli, in modo che non si possa scegliere questo piuttosto che quello (maschio o femmina, per esempio), che insomma non si arrivi alla selezione genetica. Ma così facendo si rischia di impiantare embrioni malati.
Una legge sbagliata porta sempre con sé dolori e ingiustizie e bisogna dunque rifarla, soprattutto se è palesemente non amica, ma nemica della vita perché mette a rischio il nascituro e offre crudeli vie d’uscita come l’aborto e viaggi della speranza peraltro possibili soltanto a chi se li può permettere. Si tratta di una legge crudele, offensiva per le donne, per la libertà dei cittadini e dell’inarrestabile ricerca scientifica, di una legge che, per salvare i diritti di un embrione di poche ore di vita, provoca aborti di feti in stato avanzato.
Per tutto questo il 12 giugno voterò quattro sì, senza peraltro voler fare battaglie antiquesto o antiquesto, tanto meno anticlericali. Non sono uno di quei laici così stolidi da sostenere che la Chiesa non deve mai dire la sua nelle faccende dello Stato italiano, perché nello Stato italiano ci sono anche le sue pecorelle, più o meno smarrite: sacerdoti, vescovi e papi hanno diritto di andarle a cercare per riportarle all’ovile. Ma indicare addirittura, come ha fatto il cardinale Ruini, di non andare a votare è davvero troppo. E come se un qualsiasi presidente del Consiglio ci suggerisse di non andare a messa il giorno di Pasqua.