Ma nessuno poteva immaginare la comparsa delle gigantografie con le sorridenti facce di scienziati, uomini e donne, che in puro stile pubblicitario «testimonial» annunciano: «Io non voterò». Non era prevedibile questo tipo di astensionismo militante, che esula dalla normale dialettica politica che ha caratterizzato altri referendum. Non valgono infatti le analogie con altre consultazioni del passato, perché nessuna di esse, neppure quella sull’aborto, ha investito questioni etiche così complesse e così cariche di implicazioni per la ricerca scientifica.
L’uso strumentale dell’astensione è in realtà un uso iperpolitico, perché di fatto mette fuori gioco gli avversari, anziché creare un’arena di confronto democratico.
Altroché «La vita non si mette ai voti»! come suona uno degli slogan più insidiosi degli astensionisti. A parte il fatto che la legge è già stata «messa ai voti» con una maggioranza parlamentare, che ha ostinatamente rifiutato ogni correzione migliorativa, l’astensionismo oggi equivale al rifiuto di prendere in considerazione un’idea diversa di «vita» che hanno altri cittadini.
Questo è il punto, semplice, decisivo ma sistematicamente eluso in molta comunicazione pubblica che ripropone meccanicamente da un lato i difensori della «vita» (concetto che ruota integralmente attorno alla questione dell’embrione) e dall’altro tutti gli altri, che pure hanno una visione positiva, ma più complessa di «vita» in tutte le fasi del suo sviluppo.
Nel dibattito pubblico si confrontano due concezioni asimmetriche. Dal lato del «no» c’è la martellante affermazione del «primato della vita» con l’equiparazione di fatto tra vita ed embrione: è un’idea forte, semplice, apparentemente intuitiva. Dal lato del «sì» c’è una più complessa «etica della cura di tutte le vite». Questa deve preoccuparsi del destino degli embrioni soprannumerari, prodotti ai fini della fecondazione artificiale e destinati comunque al deperimento. Deve stabilire una normativa sulle cellule embrionali prodotte ad hoc, secondo precise procedure e garanzie della sperimentazione scientifica in prospettiva terapeutica. La natura di queste cellule infatti non può essere considerata identica a quella degli embrioni soprannumerari. Deve infine dare legittimità alla diagnosi pre-impianto con tutte le conseguenze da trarre di fronte alle patologie riscontrate nell’embrione non impiantato.
Naturalmente è difficile riportare tutta questa problematica sotto uno slogan. Ma certamente vale il principio della tutela etica estesa, in modo bilanciato, all’intero processo biologico.
Il concetto di «tutela etica» attende ancora di essere approfondito e sviluppato in modo più sistematico. Detto questo, con tutte le riserve che si possono avanzare contro il decorso del referendum e i suoi trucchi, non si può negare che molti cittadini, motivati e attenti, hanno avuto una straordinaria occasione per riflettere e agire di conseguenza.