Il fatto è che nonostante il restyling di dieci anni fa a Fiuggi, An doveva mantenere il carattere di partito di raccolta di una destra tradizionalista, ancorata ai valori del “law and order”, revisionata nell’ideologia ma senza rotture traumatiche con un’ispirazione culturale di fondo e con almeno l’eco di un passato. Patriottica, sociale, cristiana, la destra di Fini doveva essere nelle intenzioni dei suoi creatori una forza moderata e capace di drenare il voto conservatore in funzione moderata.
Questa moderazione era essenziale per poter uscire dall’angolo. Anche senza diventare una forza centrista, An doveva fare tutto il possibile per qualificarsi come una entità politicamente centrale: in modo che il successo popolare della figura di Fini, intensificato a dismisura dalle sue qualità mediatiche, potesse alla lunga coincidere con la sua candidatura alla leadership del centrodestra e possibilmente alla guida del governo.
Il disegno era nello stesso tempo semplice e ambizioso. Di fronte a un partito non radicato come Forza Italia, e a un movimento estremista come la Lega, la progressiva trasformazione di An, il suo sostanziale avvicinamento alle posizioni del Ppe, la trasformazione progressiva della vecchia destra in una sorta di grosso partito moderato dalle connotazioni ideologiche molto sfumate poteva portare An a rivaleggiare senza troppe difficoltà con gli eredi della Dc, il partito di Casini e Follini, presenti nella Casa delle libertà e “naturalemente