Ma ti porta perfino a comprendere quelle che i Giacobini chiamavano le “virtù repubblicane”. Ti fa infatti conoscere medici che meriterebbero d’essere destinati ad altro incarico, ma anche altri che vorresti aiutare tu, soprattutto, e parlo della servizio pubblico, quando ti mostrano in quali condizioni di disagio sono costretti a lavorare.
E ancora: vivere quell’esperienza, se non sei proprio acefalo, ti porta a comprendere il senso della cultura laica, e – ma questo soprattutto quando vedi le mostruosità dei medici manigoldi e accumulatori di ricchezza – a sognare una nuova rivoluzione giacobina, l’affermazione delle vere virtù repubblicane, o forse i più prosaici comuni e inalienabili diritti di cittadinanza. Vivere l’esperienza della fecondazione assistita serve ancora a scoprire una situazione di disagio umano nella quale la sottocultura di questo paese, cattolica e non soltanto, lo dico senza imbarazzo alcuno, somiglia talvolta a una camera di tortura. Il fatto che poi nostra figlia Carla sia nata naturalmente (“miracolosamente” direbbero gli appassionati di cose divine e turiboli) dopo tre tentativi falliti non mi fa sentire affatto distante dalle persone che attendono un esito felice, salvato fra i sommersi.
In questi giorni, pochi che ormai ci separano dal voto referendario, ho avuto modo di soffermarmi soprattutto sui volti di coloro che appaiono sui manifesti affissi dal fronte astensionista, e alla fine ne ho tratto un’impressione raccapricciante, esatto: nulla di meno. Mi si potrebbe obiettare: ma anche alcuni soggetti favorevoli ai 4 sì hanno scelto di mettere le loro facce in piazza! E’ vero, ma questi ultimi, nel peggiore, proprio il peggiore dei casi, possono far pensare al gelo (o al calore) opportunamente studiati dagli strateghi della comunicazione pubblicitaria o, in questo caso, politica, mentre quegli altri, le facce che invitano all’astensione in nome di alcuni precetti etici e religiosi (assolutamente legittimi per se stessi, ma non per questo obbligatori per tutti, o no?) mostrano qualcosa di minaccioso, sembrano infatti archetipi dell’autorità in senso assoluto ed etimologico, sono facce che non necessitano neppure di un intervento caricaturale (un dente colorato di nero, i baffi scarabocchiati o altro) sono già innatamente caricature: il pittore Grosz o il disegnatore Daumier non dovrebbero fare nulla per renderle espressionisticamente plausibili, neppure gonfiare loro le facce, accentuare l’elemento “particolare