Intervista a Luca Gianaroli: “Per fare ricerca, abbiamo bisogno del quorum”

Vittorio Pezzuto
Gianaroli digiuna contro il black-out tv sui quesiti

Sono giorni che il corpo smagrito di Luca Gianaroli, direttore scientifico della Società italiana Studi di medicina della Riproduzione, evoca con efficacia la penuria di informazione televisiva sull’ormai imminente appuntamento referendario del 12-13 giugno. “Non avrei mai pensato che si sarebbe dovuto arrivare a tanto”, confessa da Istambul, dove si trova per un congresso. “Alcuni giorni fa abbiamo festeggiato a Londra i due milioni di bambini nati con questa tecnica. Nei Paesi nordeuropei sono ormai il 4 per cento dei nati. Dispiaccia o meno, sono una realtà con cui occorre confrontarsi”. Gianaroli, che sempre a Londra è stato nominato presidente della Società internazionale per la diagnosi preimpianto, ci spiega come questa abbia “le stesse funzioni dell’amniocentesi e della villocentesi, solo che si esegue su cellule uovo fecondate e non ancora su feti ed embrioni. Per questo la sua tecnica conosce oggi un grande sviluppo”. Uno sviluppo dal quale rischia purtroppo di restare esclusa la ricerca scientifica italiana dopo la legge 40. “In ambito internazionale si commenta, fra lo stupito e l’attonito, il fatto che un Paese da sempre considerato all’avanguardia in questo settore abbia potuto varare una legge simile. E quello che più ha colpito è l’assoluta mancanza di attenzione che la classe politica ha voluto riservare alle osservazioni dei medici e degli scienziati. Il Senato ha addirittura deciso di ignorare il parere dei ricercatori britannici e belgi che pure aveva richiesto di poter ascoltare. Cosi come non dimentico la bocciatura sistematica, nel chiuso della commissione Sanità di Palazio Madama, di tutti gli oltre 350 emendamenti al testo base, molti dei quali proposti da esponenti della stessa maggioranza. Risultato? Ci è capitata fra capo e collo una legge assolutamente incompatibile col nostro lavoro che a breve comporterà la fuga all’estero anche di molti nostri ricercatori”.

Gianaroli ha buon gioco nel sottolineare come i suoi avversari si erigano a baluardo della sacralità della vita brandendo come vessillo una legge che non aiuterà certo ad aumentare il tasso di natalità nel nostro Paese. “Un dato, quest’ultimo, che risulterebbe ancora più basso se non venissero computati anche i figli degli immigrati stranieri. Questa legge penalizza innanzitutto i pazienti affetti da infertilità, una patologia che nasce da ragioni sia sociali che di tipo medico. Oggi un terzo dei matrimoni termina precocemente con un divorzio e succede così che donne ormai alla fine della loro vita riproduttiva cerchino nella gravidanza il naturale completamento di una nuova unione. Oppure pensiamo a quanti si sono salvati da un tumore grazie alle moderne terapie oncologiche ma che nell’80 per cento dei casi restano comunque affetti da sterilità assoluta”. Di questa campagna referendaria lo amareggiano i toni usati dal comitato Scienza e vita. Gli dispiace dover constatare come autorevoli studiosi non abbiano esitato a manipolare la verità scientifica pur di renderla conciliabile con le loro convinzioni di carattere etico. «Sostengono di voler tutelare il diritto del concepito a conoscere il suo genitore naturale? La legge 40 poteva benissimo prevedere che, giunto alla maggiore età, il nato dalla fecondazione eterologa ottenesse su sua richiesta il nome del donatore. Non era certo questo il problema. Anzi, già che c’erano potevano estendere questa possibilità anche a quanti vengono adottati, specie se in ambito internazionale…”. Gianaroli intende soprattutto confutare la tesi che la ricerca sulle cellule staminali embrionali non avrebbe finora portato ad alcun risultato apprezzabile. “Lo studio in laboratorio di queste cellule è iniziato solo nel 1998 ed è quindi assurdo pensare di poter azzerare tout court un filone di ricerca appena agli inizi e decisamente molto promettente. Gli scienziati di tutto il mondo non sono infatti dei pazzi irresponsabili ma perseguono una loro logica: quella di concentrare i loro sforzi laddove vi siano maggiori probabilità di successo. I primi risultati, presentati recentemente a Londra, sembrano peraltro confortare le nostre speranze. Su tutti, il recente miracolo coreano sulle undici linee di cellule staminali embrionali per la cura di altrettanti pazienti”. Mentre le staminali adulte “le stiamo studiando da oltre quarant’anni, ma possono curare soltanto malattie specifiche del singolo organo da cui derivano. Non solo. Con l’avanzare dell’età del soggetto si esauriscono progressivamente, risaltando sempre meno efficaci. Proprio per questo diviene fondamentale poter disporre di una risorsa infinita quale quella delle cellule staminali embrionali”.

Gianaroli mette in guardia anche da quanti vanno sostenendo che, qualunque sia l’esito della consultazione, il Parlamento tornerà presto a metter mano. “Si tratta solo dell’ennesima strategia mediatica che mira ad allontanare i cittadini dai seggi del 12 e 13 giugno”. E ancora: “L’unico grande errore che possono commettere gli elettori è quello di pensare che questi quattro referendum riguardino tutto sommato un numero limitato di italiani. Già oggi vi sono nel nostro paese almeno dieci milioni di malati che potrebbero beneficiare dei risultati di quella ricerca scientifica che le Camere hanno voluto impedirci di proseguire. Devono infatti sapere che una vittoria dei quattro Sì lascerebbe comunque in vita una delle normative più restrittive tra quelle in vigore nel nostro continente. Mentono insomma quanti evocano il ritorno a un supposto Far West legislativo, peraltro mai esistito”.

Alla fine è proprio l’impiego in dosi massicce di argomenti così capziosi a suscitare stupore, sconcerto, rabbia. “Sia chiaro, non siamo degli estremisti. Se reagiamo con iniziative nonviolente assolutamente inedite è solo perché non riusciamo a comprendere il motivo di campagne così assurde e manichee”. In Gianaroli si avverte un pizzico di pudore nello spiegare come questa legge abbia prodotto un effetto devastante nelle coscienze sua e di molti colleghi. “Da sempre la nostra attività professionale è quella di aiutare la gente ad avere figli. Come medico e come cattolico non riesco a capire perché mai dovrebbe essere censurata. Sono come frastornate anche le stesse coppie che anni fa sono riuscite a ottenere figli tramite le tecniche che questa legge adesso ha vietato. Quando le incontro, mi accorgo che in loro non vi è più la felicità di una volta: di estrazione cattolica nell’80 per cento dei casi, sanno bene come su di esse sia calata la condanna ufficiale della Chiesa. Col risultato che al dramma della malattia, dei tanti tentativi spesso infruttuosi e degli ingenti esborsi sostenuti si è voluto aggiungere loro il costo più alto e meno visibile: il doversi sentire esclusi da una comunità alla quale pure sentono di appartenere pienamente”.

A una settimana dall’inizio del suo digiuno di dialogo, Gianaroli non dissimula la sua stanchezza fisica. Nelle sue attuali condizioni non è certo agevole continuare a lavorare a pieno ritmo, assicurando anche una valida presenza nei diversi simposi internazionali. All’indomani del voto referendario, indipendentemente dal responso delle urne, gli sarà piuttosto difficile tornare a fare solo lo scienziato: ormai sembra essersi completamente lacerato il diaframma che ha sempre separato il mondo della ricerca da quello della politica. “Ci toccherà recuperare il tempo perduto, promuovendo finalmente una divulgazione scientifica di base. Per molti anni abbiamo preferito rinchiuderci nella nostra torre d’avorio, salvo uscime di volta in volta solo per annunciare scoperte eclatanti che facessero presa sui media: è stato un errore”.

Rimane il tempo per un’ultima considerazione. “Qui a Istanbul i colleghi s’informano con sollecitudine sullo stato della nostra battaglia. Intorno a me avverto solidarietà ma anche tanta curiosità. Nel nostro ambiente iniziative del genere sono una novità assoluta: dover digiunare per difendere le proprie convinzioni non è infatti normale. Ma ditemi voi se finora, in tutta questa vicenda, di normale c’è stato qualcosa…”.