Nelle discussioni di questi giorni sulla legittimità dell’astensionismo nel referendum abrogativo della legge 40, come capita spesso nel nostro paese, s’intrecciano e si confondono vari livelli di discorso. Sul piano giuridico e politico, in particolare, significa scoprire l’acqua calda ricordare ai democratici giacobini che la partecipazione alle elezioni – siano esse politiche, amministrative o d’altro genere – non è un obbligo del cittadino. La società liberale non costringe nessuno a prendere partito: impermeabile al moralismo azionista, non è neppure disposta a mettere al bando chi si astiene dal farlo in base a motivazioni qualunquistiche.
Il problema, però, è un altro e ben più serio: è giusto che quanti si astengono decidano anche per quanti partecipano? L’astensione dinanzi a un quesito referendario non è un non voto ma un voto negativo, non è un “lavarsene le mani” ma un esprimersi contro in maniera indiretta. Ora si può avere persino simpatia per chi resta a casa o se ne va al mare, ritenendo, e non del tutto a torto, che la classe politica, di destra o di sinistra, sia costituita di persone che pensano solo ai propri affari ma la simpatia viene meno se gli “apoti”, , per citare Prezzolini, sono apoti finti, nel senso che oggettivamente, se non soggettivamente, concorrono alla vittoria di uno dei due contendenti.
Se ciò si verifica lo si deve all’iniquo espediente del quorum che i legislatori, diffidenti delle “masse gregarie” ovvero della democrazia pure e semplice, introdussero nell’istituto del referendum. Da un lato, la volontà del popolo sovrano venne ingabbiata dal potere solo abrogativo del referendum; dall’altro, venne costretta alle forche caudine del 51 per cento – peraltro, non richiesto né nelle elezioni politiche, né in quelle amministrative. Se intento comprensibile del legislatore era quello di evitare che con troppa leggerezza venisse proposta l’abrogazione delle leggi ordinarie, di fatto la norma relativa sortiva l’effetto di non consentire alla gente di manifestare le proprie opinioni indipendentemente dai partiti, gli unici in grado di portare alle urne una massa elettorale superiore al 50 per cento. In tal modo, il referendum, nato per dare la possibilità di ascoltare anche la voce dell’uomo della strada ha finito per rafforzare la partitocrazia che, disponeva, con esso, di un’ulteriore arena su cui contendere per il potere.
Cosa fare allora? La soluzione, a mio avviso, è semplice: abolire il quorum e, semmai, a evitare tentazioni di ricorrere continuamente all’istituto referendario, elevare il numero delle firme richieste per attivarlo. È scontata l’obiezione dei democratici antipopulisti: in questa maniera non si corre il rischio di far cadere leggi che dispiacciono solo a una minoranza degli italiani? Forse, ma se così fosse cosa ci sarebbe di male? Si pensi a una norma che leda interessi e valori del 20 per cento degli appartenenti alla comunità nazionale ma che susciti la più assoluta indifferenza nel restante 80 per cento: perché non si dovrebbe venire incontro alle richieste dei primi dal momento che i secondi non ne sarebbero danneggiati in alcun modo?
In realtà, i timori sono altri e riguardano, soprattutto, eventuali misure impopolari prese congiuntamente dalle due sezioni della classe politica, di governo e di opposizione – ad esempio il finanziamento pubblico dei partiti, le responsabilità dei giudici, il sostegno alla caccia eccetera – che si vorrebbero sottratte agli “umori contingenti” e all’emotività delle folle. Dietro le preoccupazioni garantistiche e il senso dello Stato, affiora la vecchia intramontabile paura del popolo quando non è guidato e disciplinato dai partiti, dai gruppi di pressione rispettabili, dalle agenzie spirituali riconosciute. Se questi ultimi si astengono – o intervengono debolmente per salvare la faccia – la partita è vinta a vantaggio di quanti hanno tutta la convenienza a defilarsi sui temi scottanti.
Immaginiamo, invece, uno scenario caratterizzato dall’abolizione del quorum. Ove fossero in gioco questioni pubbliche di grande rilevanza, tutti gli attori politici, sociali e culturali sarebbero costretti a scendere in campo per non consentire a un’esigua minoranza di rivedere una legislazione garante di determinati interessi e posizioni di potere. Paradossalmente il quorum non tutela il sacrosanto diritto di starsene a casa dei governati ma quello dei governanti, che non debbono temere pericoli incombenti; e, per converso, la rimozione del quorum non solo dà senso all’astensione dei governati – chi non vota non influisce sull’esito elettorale in alcun modo – ma costringe i governanti a scendere in campo, a confrontarsi con i problemi spesso reali posti dai promotori del referendum.
L’essenza della democrazia liberale sta nel “tenere aperti i giochi”. Anche se il 20 per cento dei cittadini si pronunciasse per l’abrogazione di una legge e il 10 per cento contro, il restante 70 per cento astensionista non avrebbe il diritto di far valere la sua contrarietà a sottoporre agli elettori un dilemma quasi sempre drammatico. Sennonché – i nemici del referendum non lo ignorano – senza quorum non sarebbe minimamente ipotizzabile un’astensione tanto massiccia. Coloro che si astengono, infatti, sono motivati o dal fatto che ritengono le leggi vigenti buone (o, comunque, il minor male) o dalla volontà di tenersi fuori dalle discussione e affidare al Parlamento il compito di togliere per loro le castagne dal fuoco. Tolto il quorum, gli uni sanno di non poter più contare sull’astensione come modo comodo di votare no, senza neppure il disturbo di uscire di casa; gli altri sanno di non poter più causare, riaffermando il diritto a non giocare, lo sgombero del campo.
Così com’è, l’istituto del referendum è divenuto inservibile. Unico momento reale di democrazia diretta in una società sempre più complessa e caratterizzata dallo svuotamento progressivo della rappresentanza, esso rischia la morte lenta per consunzione in seguito ai ripetuti e vani tentativi di raggiungere il sospirato quorum. Non bisogna nascondere che la sua estinzione sarà un altro grosso passo indietro per la formazione di un’autentica coscienza civica europea e occidentale.