Staminali, soltanto tre i centri di ricerca

Emanuele Perugini
Una bella fetta di torta e la valigia sempre pronta, in attesa del referendum. La vita dei pochissimi ricercatori italiani che hanno il coraggio, o la sfrontatezza, di mettere il naso sulle cellule staminali estratte da embrioni umani, è tutta divisa tra l’ansia di dover andare periodicamente all’estero e continuare il proprio lavoro, con la gioia di mangiare un pezzo di torta portato dai parenti dei malati come incoraggiamento ad andare avanti.

Il primo quesito del referendum interessa la ricerca. Ebbene, i centri di ricerca italiani dove si lavora su questo delicato materiale biologico sono infatti solo tre: uno è quello dell’Università di Milano diretto da Elena Cattaneo, un altro è diretto da Alessandro Mugelli all’Università di Firenze, mentre il terzo è quello dell’Ispra di Varese, il centro della Comunità europea per la valutazione della tossicità delle sostanze. In tutto i ricercatori che lavorano a questi progetti sono una piccola pattuglia, al massimo una trentina di persone e si sentono come mosche bianche. Del resto nel nostro Paese, anche se la legge sulla fecondazione assistita non vieta la ricerca sulle staminali embrionali, ma proibisce solo la possibilità di farne di nuove usando embrioni umani, il clima che si respira nei confronti di questa attività di ricerca è pessimo. Lo scorso anno il ministero della Salute non ha sborsato nemmeno un euro per finanziare ricerche in questa direzione e il governo italiano si è opposto anche all’ipotesi che fosse la Comunità europea a sostenere economicamente la ricerca. Sperare poi in finanziamenti da associazioni benefiche, come per esempio Telethon, è impensabile. Inoltre l’avvicinarsi del referendum ha fatto avvelenare ulteriormente il clima.

«Ci sentiamo un po’ come dei clandestini costretti a lavorare di nascosto