«E’ possibile stimare, sebbene in via del tutto preliminare, che l’utilizzo di cellule staminali di varia origine possa portare a sviluppare metodiche cliniche per il trattamento di un numero di pazienti che, comprendendo le patologie di origine cardiovascolare, si avvicina ai 10 milioni di individui». Così dice il rapporto della commissione di studio nominata nel 2000 dall’allora ministro Umberto Veronesi e presieduta dal premio Nobel Renato Dulbecco.
Per quasi 10 milioni di persone, dunque, il successo referendario può aprire una prospettiva di cura nell’arco stesso della vita. Benché ancora si sappia poco sulle cellule staminali, «ciò che sappiamo ci indica chiaramente che possono essere la strada per arrivare a battere i grandi killer del nostro tempo», spigava qualche settimana fa Dulbecco in un’intervista all’Espresso. Le principali patologie interessate alla ricerca sono: diabete, infarto, fibrosi cistica, autismo, sclerosi multipla, Parkinson, alcune forme di cancro, osteoporosi, lesioni del midollo spinale, ictus, sclerosi laterale amiotrofica, Alzheimer…
Il primo dei quattro referendum riguarda proprio la possibilità di ricerca sulle cellule staminali. La legge sulla procreazione assistita, infatti, vieta l’utilizzo delle cellule staminali embrionali. Sebbene sia possibile utilizzare per alcune patologie cellule staminali prelevate da tessuti adulti, la stragrande maggioranza della comunità scientifica ritiene necessario che la ricerca proceda anche sulle cellule staminali embrionali. «Se è vero che le staminali di ogni organo possono essere utilizzate per riparare quell’organo, e che le staminali del midollo osseo possono funzionare in diversi organi – spiega a questo proposito Dulbecco – sappiamo anche che le embrionali possono rigenerare qualunque cosa. Dunque, sappiamo che non c’è paragone tra quanto si può fare con le adulte, e già oggi spesso si fa per fortuna, e quello che si farà con le embrionali».
Si aggiunge il fatto che fino all’approvazione della legge 40 sono stati prodotti numerosi embrioni soprannumerari dai centri per la procreazione assistita, in quanto a causa della complessità della riproduzione in vitro venivano fecondati più ovociti di quelli poi impiantati nell’utero della donna (con la legge 40, invece, possono essere fecondati solo 3 ovociti e devono essere tutti impiantati anche in sprezzo della salute della donna: di questo si occupa il secondo quesito). Secondo alcune stime in Italia sarebbero circa 30 mila gli embrioni che, a norma della legge 40, sono destinati al congelamento in eterno qualora non vengano impiantati entro qualche tempo. Potrebbero invece rivelarsi preziosi per lo sviluppo immediato della ricerca scientifica. «Gli embrioni che giacciono congelati – calcola Dulbecco – basterebbero a lavorare tantissimi anni e a permetterci di scoprire nuove strade». «Certo che non dobbiamo creare embrioni per sperimentare – dice un altro Nobel, Rita Levi Montalcini – Non dobbiamo però buttare quelli che già esistono e che sono in eccesso. La ricerca sulle cellule staminali è importante portarla avanti con le cellule embrionali che sono molto più potenti rispetto a quelle adulte».
La legge, inoltre, recependo il divieto comunitario di clonazione umana, lo allarga anche alla clonazione terapeutica, che però nulla ha a che vedere con quella riproduttiva. La clonazione terapeutica, infatti, si ottiene trasferendo il nucleo di una cellula adulta (prelevata dalla pelle) in un cellula uovo da cui è stato sottratto il nucleo. Attraverso una stimolazione la cellula uovo comincia a produrre cellule staminali embrionali da prelevare e utilizzate al solo fine di ricerca: le patologie maggiormente interessate sono sempre quelle indicate sopra. Questa tecnica, ancora in fase di studio, consentirebbe di utilizzare cellule geneticamente identiche a quelle del paziente, eliminando così i rischi di rigetto.