La coscienza parla solo al referendum

L’apertura ufficiale della campagna per i referendum sulla procreazione assistita è stata segnata dalla presa di posizione di Fini – che ha dichiarato che voterà a favore di almeno tre quesiti, conservando un dubbio sulla fecondazione eterologa – e da alcuni episodi di trasversalismo: la presenza di Stefania Prestigiacomo al comitato per il SI?, la nascita di un comitato di donne per il SI’ organizzato da esponenti della maggioranza di governo. Qualche giorno fa c’era stata la presa di posizione, per il SI’ a tutti i quesiti, del ministro Martino. Tutti questi segnali di rottura dell’unità del centrodestra avranno anche delle motivazioni politiche, ma in primo piano è un altro aspetto: il fatto che, come già avvenne nel caso del divorzio e dell’aborto, il referendum su queste materie sfugge inevitabilmente alle logiche di schieramento. Si tratta di questioni di rilievo morale generale, che attengono alle nostre convinzioni più profonde, e che poco si prestano ad essere strumentalizzate a fini tattici. Il referendum, come istituto di democrazia diretta, ha proprio questo scopo: riportare un tema ai cittadini passando oltre la mediazione rappresentativa e quindi le logiche di partito. Piaccia o no, le grandi questioni etiche sono proprio quelle che più legittimamente possono essere oggetto di referendum, perché sono quelle che più direttamente riguardano la vita e la coscienza di tutti i cittadini e non possono, non devono, essere trattate strumentalmente dalla politica. Così avviene che Fini e la Prestigiacomo, le cui riserve non portarono a una differenziazione in Parlamento, con un referendum in campo si schierano pubblicamente contro la legge approvata dalla maggioranza.

E’ questa loro scelta a costituire la migliore risposta ad un argomento molto usato per sostenere l’astensione: l’argomento che queste cose non si possono decidere per referendum. Non si può decidere per referendum se l’embrione è persona, si è detto. Non si potrebbe non essere d’accordo, se questo significasse che non si può decidere neanche in Parlamento. Ma se si può decidere in Parlamento – ed è quello che si è preteso di fare con la legge 40 – allora si può decidere anche per referendum. E’ un ben strano argomento quello che dice che mille parlamentari possono decidere in via legislativa su questioni attinenti la vita intima dei cittadini, ma i cittadini non possono utilizzare lo strumento che la Costituzione ha previsto per respingere una legge approvata dal Parlamento. La verità è che non si dovrebbero prendere decisioni legislative su questioni quale la personalità dell’embrione e il modo di mettere al mondo un figlio; ma si dovrebbe lasciarle al dibattito pubblico (nel quale anche la Chiesa cattolica è protagonista, come soggetto tra gli altri) e infine alla coscienza degli individui e delle coppie. E se i quesiti abrogativi verranno approvati dai cittadini, il risultato sarà il rifiuto di un’etica di stato, e non l’affermazione di un’etica permissivista e relativista. Con buona pace del ministro Giovanardi, che evoca derive zapateriste, e farebbe bene a ricordarsi di Fanfani, che evocava la rovina della famiglia e l’adulterio generalizzato, in caso di vittoria del divorzio.