Referendum non tutto e’ perduto

Gianfranco Fini e Nicola Latorre non hanno politicamente nulla in comune. Eppure la loro comune indicazione di voto ai referendum fa capire che non tutto è perduto, in vista della duplice sfida il 12 e 13 giugno: primo ottenere il quorum perché i referendum siano validi, e secondo che ad affermarsi sia una linea in cui sia la coscienza degli italiani a scegliere liberamente; non le convenienze temporali dei partiti. A essere precisi neppure Fini e Latorre si equivalgono in tutto, tre sì li accomunano ma il comune no all’eterologa porterà il leader di An a votare no, il parlamentare ds a serbare la stessa opinione, ma senza volerla imporre per legge a chi all’eterologa intende ricorrere. Personalmente, supero il dubbio di Latorre e voterò no per le stesse ragioni espresse da Angelo Panebianco, perché nella mia considerazione il ricorso alla fecondazione assistita con ovocita femminile e seme maschile di donatori esterni alla coppia non può ridursi a questione di “diritto alla libertà’; in quanto faccio prevalere la tutela della certezza parentale che l’ordinamento a mio giudizio deve tutelare, nei confronti del soggetto debole rispetto alla volontà parentale; cioè il figlio che ne è prodotto. E che una simile considerazione si faccia largo tra i fautori del sì come del no, è motivo di particolare soddisfazione, mostra un’incoraggiante presa di coscienza non tanto e non solo della centralità della ‘famiglia naturale’; quanto soprattutto del fatto che non vi è persistenza familiare da difendere, laddove anche e per prima la certezza parentale cade dal novero dei diritti garantiti. Come premessa per una difesa della solidità del nucleo fondamentale della società, mi pare “forte” perché in grado di accomunare chi crede e chi no, senza ricorso obbligato alla necessità di riscoprire nella maturità della vita identità plurime da padri e madri incerti.

Le sorprese dei leader. Ma vedrete che non è solo Fini, ad averci riservato sorprese. Accetto scommesse che lo stesso farà Berlusconi. recandosi alle urne e magari rifiutando qualche scheda. E lo stesso “cristiano adulto” Prodi, potrebbe non respingere il quesito sull’abrogazione del limite dei tre embrioni al reimpianto, in nome di una maggior tutela della salute della donna senza per questo che vengano toccati i principi dell’equiparazione dell’embrione alla persona assai più scivolosi per i cattolici. Quanto a quest’ultimo tema, in questo giornale non si nutre alcuna tentazione di insegnare ai cattolici e tanto meno a santa romana Chiesa il loro credo e dottrina. Ma sappiamo e amiamo di teologia abbastanza, da aver letto e tener cara la distinzione che in dottrina cattolica esiste tra embrione e vita umana affermata non solo dal medievale Tommaso ma ancora da Edith Stein, e il principio di cautela che invece li assimila, per il non poter più tassativamente escludere tale equiparazione; invalso nella dottrina più recente; con l’autorevole avallo del cardinale Ratzinger oggi Benedetto XVI. Ma che ciò che per “prudenza di dubbio” ai cattolici non tomisti sia oggi peccato debba diventare per tutti illecito e divieto, è scelta da rimettere ad altra sede del pulpito «Chi ama una pietra è quella pietra, e chi ama Dio… Non oso continuare perché voi mi lapidereste