«Sui referendum, Berlusconi dirà come la pensa soltanto all’ultimo momento». Chi ha parlato con lui dell’argomento, prevede che il Cavaliere resterà fin che può nelle retrovie, lasciando che sul tema procreazione assistita si incontrino e si scontrino le differenti opinioni di Forza Italia, quelle del filone La Loggia, Schifani, Bondi (rafforzate dalla silente e operosa approvazione di Gianni Letta) e quelle del filone laico-socialista-libertario. Ha capito, Berlusconi, che su questo referendum c’è il rischio di giocarsi il sostegno o l’inimicizia di una bella fetta di elettrici. Per questo, meglio liberi tutti, in casa e al governo. Veronica andrà a votare e intanto la Prestigiacomo raduna il comitato delle donne che sostengono il «sì».
Liberi tutti, dunque, incluso Gianfranco Fini che da giorni, in conversazioni private, lasciava trapelare la sua opinione sul referendum. Col Cavaliere, però, non ne avevano e non ne hanno parlato, neppure ieri, almeno fino a tarda sera. Da Palazzo Chigi lasciano capire che, una volta tanto, nessuno si è impermalito per la mancata comunicazione: «Berlusconi ha detto e ripetuto che sui referendum c’è libertà di coscienza». Pure per Fini, perciò. Ben altre occasioni di dibattito hanno avuto, ieri sera, i due, incontrandosi a palazzo con Follini e Calderoli intorno alle 21.30: ci sono da assumere decisioni delicate, nomi, nomine, capi di grandi aziende che possono cambiare e insomma è su questo che i quattro si saranno scambiati fendenti. Sul referendum, invece, nessuno ha contestato al ministro degli Esteri la presa di posizione che, pure, ha irritato vecchi e sinceri amici ben introdotti presso la Santa Sede, per esempio il consigliere dello Stato vaticano, Gaetano Rebecchini.
Fini ha deciso di uscire allo scoperto, forse per presentarsi sotto la favorevole luce di un leader che sa assumere decisioni impopolari tra i suoi elettori, forse perché programma future alleanze con i radicali, con la parte laica di quell’Italia che non ama i democristianoni. Berlusconi, invece, fa sapere di non aver ancora maturato una scelta. Qualche segnale sulle sue intenzioni, comunque, comincia a cogliersi. Non è un caso che il ministro per le Pari Opportunità, Stefania Prestigiacomo, si sia ricavata il ruolo di aperta sostenitrice del «sì», ribadendo la sua posizione in tutte le sedi in cui le viene data opportunità di farlo. Non è un caso che il sottosegretario agli Esteri, Margherita Boniver, la sostenga nella nascita di un comitato per il sì, e certamente non è un caso che questo comitato veda attiva e mobilitata Emma Bonino. Non è un caso, infine, che ieri Fabrizio Cicchitto, vicecoordinatore di Forza Italia, abbia fatto sapere di voler votare al referendum, e proprio come Gianfranco Fini, tre sì e il «no» alla fecondazione eterologa. «Non ci eravamo messi d’accordo», assicura Cicchitto e tutti gli credono perché il ministro degli Esteri non parla con Berlusconi e, dunque, si presume, neppure con Cicchitto.
Il Cavaliere ha una visione pragmatica, dicono i suoi, e ricordano che tempo fa definì «bigotta» la legge 40 sulla procreazione assistita, legge che peraltro è stata sostenuta e votata proprio dalla sua Cdl. In quell’occasione, raccontano, Berlusconi venne alquanto rimproverato da Gianni Letta e quell’aggettivo, «bigotta», non l’ha usato mai più. Man mano che i mesi passavano e l’opinione pubblica, soprattutto quella femminile, ha cominciato a risvegliarsi dal torpore, a volersi informare di quel che prevede la legge messa in dubbio dai referendum, pure il pragmatico Berlusconi ha capito che la battaglia per l’astensione, tenacemente sostenuta dai La Loggia, da Schifani, dall’Udc, potrebbe non essere così popolare tra le elettrici. Son state le mogli, le figlie, le colleghe, ad aprire gli occhi di molti leader della Cdl: si dice che Giuliana, figlia ventenne di Fini, sia dichiaratamente a favore del «sì» e pure la moglie Daniela, in controtendenza con molte donne di An. Non schierate, né col «sì» né con il «no», son rimaste solo alcune parlamentari forziste. «Se dico come la penso, poi non mi ricandideranno» hanno spiegato a chi le invitava ad aderire al comitato del trio Bonino-Boniver-Prestigiacomo. Come se tornare in Parlamento dipendesse dalla fedeltà mostrata sul referendum.