I diritti delle lavoratrici che ricorrono alle tecniche di procreazione

E’possibile accordare l’indennità di malattia a chi si assenta dal lavoro per problemi legati alla procreazione assistita? Cosa devono fare i datori di lavoro e l’Inps quando si vedono presentare certificati medici che parlano di fecondazione assistita ? L’ente, anche se la sterilità non può essere considerata una malattia in senso stretto, in linea generale assegna l’indennizzo.

Sterilità e infertilità. Va ricordato che il ricorso a tecniche di procreazione umana medicalmente assistita è disciplinato dalla legge 40 del 19/2/2004, che consente tale possibilità alle coppie maggiorenni, in età potenzialmente fertile, che abbiano problemi di sterilità o infertilità . Si parla di sterilità quando la coppia (o uno dei coniugi) ha una condizione fisica permanente che non consente la procreazione. Si parla invece di infertilità quando la coppia non è riuscita a concepire e procreare un figlio dopo un anno o più di rapporti sessuali non protetti. Gli interven ti oggi praticati (inseminazione con o senza induzione multipla dell’ovulazione; trasferimento intratubarico di gameti; fecondazione in vitro) possono essere realizzati in strutture pubbliche o in strutture private autorizzate dalle Regioni e iscritte nel registro tenuto presso l’Istituto superiore di sanità. Si tratta di pratiche complesse cui ricorrono sempre più persone che, assentandosi dal lavoro, presentano certificati medici attestanti fecondazione assistita come cura della sterilità.

Danni psicologici. Certo, nel senso comune del termine, la sterilità non è una malattia. E’ anche vero, però, che provoca quasi sempre sofferenze più o meno accentuate e danni alla salute psicologica della coppia: di conseguenza, pur non trattandosi di malattia in senso stretto, viene ad essa assimilata. E infatti, per consentire un adeguato impianto dell’embrione nell’utero, di solito i medici prescrivono un periodo di riposo finalizzato a ridurre i rischi di ipercontrattilità del miometrio (che a volte può essere facilitata da sforzi anche minimi) e i livelli di stress, che potrebbero mettere a rischio l’intervento. Due settimane. L’Inps accetta le richieste d’indennizzo per le giornate di ricovero e per quelle successive alla dimissione prescritte dallo specialista e necessarie per un sicuro impianto dell’embrione: l’ente ritiene congrue due settimane dopo il trasferimento dell’embrione nell’utero. Una settimana. Per quanto riguarda i controlli ecografici e del sangue quotidiani, l’interessata può fare ricorso al contratto collettivo applicato, e quindi chiedere, ad esempio, permessi orari. Se, però il medico prescrive un periodo di riposo anche precedente la fecondazione, l’Inps può riconoscere il carattere di malattia approssimativamente per una settimana.

All’estero. L’ente riconosce la malattia anche per gli interventi effettuati all’estero: in questo caso, però, solo dopo aver accertato che le tecniche adottate siano conformi alla legge italiana.