Per la prima volta un gruppo di ricercatori americani ha trasformato cellule primitive prelevate dall’ovaio.
Spostare di una decina d’anni quel confine, chiamato menopausa, che per la donna significa soprattutto perdere la possibilità di avere figli. Come? Con staminali umane, suggerisce un gruppo di ricercatori americani che per la prima volta è riuscito a trasformare in ovuli queste cellule primitive, prelevate dall’ovaio di alcune donne. Nuovi ovuli, ancora immaturi, ma potenzialmente capaci di dare origine, in vitro, a un embrione. È già successo in passato che donne in menopausa precoce (e anche avanzata) abbiano procreato, maricorrendo all’ovodonazione.
Ora le cose potrebbero cambiare per queste persone e per molte altre che, per mille motivi, sono sterili: la possibilità di usare le proprie staminali per produrre ovuli potrebbe rendere inutile la fecondazioni eterologa che oggi la legge italiana vieta e che costituisce materia di uno dei quesiti referendari. L’ipotesi poi di usare le staminali anche per «ringiovanire l’ovaio» e ritardare l’invecchiamento, legato alla perdita di ormoni che avviene in menopausa, solletica la fantasia, ma non sarà facilmente realizzabile in un futuro immediato.
Ecco in sintesi la nuova ricerca, appena pubblicata sulla rivista Reproductive biology and endocrinology e condotta dal gruppo di Antonin Bukovski all’Università del Tennessee a Knoxville. Gli scienziati hanno prelevato un certo quantitativo di cellule staminali dalla superficie esterna dell’ovaio di cinque donne con età compresa fra i 39 e i 52 anni. Il procedimento è semplice e può essere eseguito con un laparoscopio, una specie di minitelescopio flessibile che si introduce nell’addome. Poi hanno stimolato la crescita di queste cellule con sostanze simili agli estrogeni, ottenendo, in vitro, ovuli a uno stadio molto precoce rispetto alla completa maturità. «È un tema di ricerca caldo e ci stanno lavorando diversi gruppi — commenta Carlo Alberto Redi, specialista in biologia della riproduzione all’Università di Pavia.
I ricercatori sono già riusciti, nel topo, a trasformare staminali embrionali in gameti maschili e femminili. Ora siamo arrivati all’uomo. O meglio: alla donna». Secondo la visione classica della biologia, la donna, alla pubertà, possiede all’incirca 500 ovociti che matureranno, uno al mese, fino alla menopausa. A quel punto il suo patrimonio si è esaurito. Ora le cose stanno cambiando con la scoperta di staminali anche in organi che si pensavano privi, come l’ovaio. E così si aprono nuove speranze per molte donne. Per quelle che vanno incontro a menopausa precoce, a trent’anni per esempio, o naturalmente o perché assumono chemioterapici per combattere un cancro. Per quelle che vogliono figli anche in tarda età. Per tutte le altre che sono ster i l i perché non ovulano.
Con le loro staminali possono costruire bambini che hanno per metà il loro patrimonio genetico (l’altra sarà del padre) e che saranno dunque figli «naturali ». E non solo. «Gli ovuli hanno l’età della donna — dice Annibale Volpe, ginecologo all’Università di Modena —. Come dire che con il passare degli anni gli ovuli “invecchiano” e le probabilità di concepimento diminuiscono. Perché non congelare a vent’anni queste cellule staminali da utilizzare più avanti, con maggiori probabilità di successo nel caso di una fecondazione in vitro?». Del resto oggi molte donne, per ragioni di carriera, tendono a diventare madri a età non più giovani, quando la fertilità naturale è in calo.
Gli autori della ricerca suggeriscono che la possibilità di produrre nuovi ovuli può portare anche alla costruzione di nuovi follicoli ovarici.Eperché no, si può aggiungere, anche di un ovaio artificiale capace di fabbricare dall’interno quegli ormoni che non vengono più prodotti in menopausa e che oggi vengono somministrati come terapia sostitutiva per combattere alcuni sintomi, come le vampate, legati a questa condizione.