Benedetto il referendum

Enrico Deaglio
Ubi maior, minor cessat, naturalmente; sopratutto essendo davvero un fatto storico l’elezione, non prevista, di un nuovo Papa che ha elencato come programma una lotta strenua contro la società moderna e la sua secolarizzazione: un progetto di «chiesa combattente» in nome dei «valori», una visione da «fortezza Europa» assalita dall’Islam e ormai confusa per quanto riguarda le proprie radici cristiane. Talmente esplicito il programma che persino molti che lo condividono si sono affrettati a stemperarlo, nel nome soprattutto di una tradizione vaticana per cui il papa, spesso, smentisce se stesso; e nel nome (a detta di chi lo conosce e lo ha intervistato) di una sua profonda bonomia e senso dell’umorismo. Cosi il «non abbiate paura» di Karol Wojtyla si trasforma in un «non abbiate paura di lui» dei suoi ammiratori; mentre il «se sbaglio mi corrigerete» del suo predecessore, diventa immediatamente «se sbagliate vi correggerò».

Come si dice in questi casi, solo il tempo darà una risposta sulla determinazione di Benedetto XVI o sulla possibilità che questa si stemperi nel realismo delle «concessioni» alla società. Ma, intanto, un banco di prova del potere della Chiesa nell’imporre la sua verità sta avvenendo proprio nel nostro Paese, anche se praticamente nessuno ne parla. Si tratta dei quattro referendum (ne parliamo a pag. 20) per l’abrogazione della legge 40 che regola la fecondazione assistita, su cui la Chiesa ha espresso la sua nettissima avversione, invitando (ordinando?) ai fedeli di non recarsi alle urne, per far fallire il referendum stesso. Come sapete, la data del voto è stata fissata per il 12 giugno prossimo; ma, come è noto (ma in questi giorni pochissimo detto) i referendum sono sospesi se la legislatura viene interrotta. Ovvero, se ci saranno le elezioni politiche a giugno e quindi il Parlamento sarà sciolto nei prossimi giorni, per almeno un anno (o forse per un tempo ancora più lungo) i cittadini italiani non saranno chiamati ad informarsi, a discutere e quindi a votare su temi difficili, ma vitali come i diritti delle donne e le nuove possibilità offerte dalla scienza per una «nuova procreazione» e sulla possibilità di cura di diverse malattie con l’uso di «cellule staminali». Sarà questo un tema che deciderà, prima ancora del destino di Berlusconi, l’agenda politica italiana? E’ probabile che sia così e anzi il silenzio che accompagna tutta la questione è un forte indizio che sia davvero così. La Chiesa cattolica, principalmente per l’impegno del presidente della Conferenza episcopale Camillo Ruini, si è esposta in maniera frontale. Dato che, secondo previsioni, se si raggiungerà il cinquanta per cento dei votanti, la legge sarà abrogata a causa dell’opposizione delle donne, la Chiesa vuole impedire il voto ed è pronta ad accusare di disobbedienza i cattolici che si recheranno alle urne. Di fronte a tanta chiarezza e durezza (simili a quelle che l’episcopato spagnolo ha opposto alle leggi laiche del governo Zapatero in Spagna), i partiti politici hanno reagito con estremo imbarazzo. Soprattutto nel campo del centrosinistra dove rarissimi sono state le voci che non hanno balbettato. Da parte dei vertici dei partiti dell’Unione non c’e dubbio che il referendum sia considerato comunque un grosso guaio: il tema è considerato scivoloso e la posizione di Ruini viene considerata importantissima per l’andamento delle future elezioni politiche: l’accomodamento con il Vaticano viene infatti considerato essenziale, la visione che i partiti hanno dell’Italia è quella di un Paese molto, molto ancorato alla tradizione. In breve: se di fecondazione assistita, di embrioni e di cellule staminali non si parlasse proprio, sarebbe molto meglio. E così, a parte Marco Pannella che ha promosso la raccolta delle firme e che ha trascinato partiti riluttanti, nessuno – ma proprio nessuno – ha detto in questi giorni: «siamo contrari a elezioni anticipate perché in questo modo i cittadini italiani non potranno esprimersi sulla legge 40 con il referendum fissato per il 12 giugno». Il realista Joseph Ratzinger sta sicuramente osservando molto da vicino il realismo dei partiti laici italiani.

Per il resto, ovvero per la parte minor di tutta la situazione italiana (governo agonico, farsa istituzionale, compravendita di voti in parlamento) Diario esce mentre le cose sono ancora molto avviluppate. Pare comunque che Silvo Berlusconi abbia deciso di passare alla storia non tanto come il Giustiniano della politica italiana, ma come il più ricco imprenditore europeo. Incassa enormi quantità di soldi vendendo quote consistenti delle sue proprietà (Mediaset e Mediolanum), fa cassa, si guarda intorno per decidere dove farli lucrare: se nel mercato della politica italiana oppure negli hedge funds internazionali. Che il Paese che ha governato per quattro anni sia allo stremo, è una cosa che non sembra interessarli più di tanto. Così appariva l’Italia nell’aprile 2005. Un papa della Baviera, un presidente del Consiglio impegnato ad andarsene, tempo incerto, scazzottature tra tifosi e polizia, un referendum clandestino, e il 60esimo anniversario della Liberazione alle porte. E per chi volesse ancora interpretare il terremoto elettorale che ha segnato il tracollo della destra, buona lettura con l’analisi di Luca Ricolfi (a pag. 12) che smentisce molti luoghi comuni.