Prodi: vincitori non temiate il referendum

Claudia Mancina
La vittoria elettorale del centrosinistra è stata veramente grande, al di là delle attese e perfino delle speranze. La soddisfuzione dei leader dell’Unione è assolutamente legittima. La vittoria nelle elezioni politiche sembra dunque a portata di mano, ma la campagna sarà lunga e difficile. Intanto, il primo appuntamento è quello del referendum sulla procreazione assistita, ormai fissato al 5 o al 12 giugno. Un argomento messo sottochiave dal centrosinistra nella campagna per le regionali, ma non dal centrodestra, in particolare nel Lazio, dove anzi è stato fortemente presente, come ha argomentato Stefano Ceccanti sul Riformista. La sconfitta di Storace nel Lazio è da leggersi anche come la sconfitta di Ruini, o almeno della sua scelta di sostenere il centrodestra. Nella regione e nella città che ospita il Vaticano e che più di altre è abituata alla contiguità tra questo e il potere politico, gli elettori hanno bocciato, con il presidente che aveva usato a man bassa argomenti clericali più che religiosi, anche quella Chiesa che ricerca il patto con una parte politica piuttosto che la persuasione delle coscienze.

Partita aperta. Quali indicazioni se ne devono trarre per il referendum? La partita appare molto aperta, e i cattolici sembrano essere più in movimento di quanto si potesse pensare. Del tutto impossibile, poi, prevedere come possa influire la fine di un pontificato autorevole come quello di Giovanni Paolo II e l’elezione del nuovo papa, che avverrà in piena campagna referendaria. In questo quadro, il centrosinistra potrebbe pensare che la scelta del basso profilo abbia pagato e debba essere proseguita, per preservare l’unità faticosamente conquistata in vista delle regionali. Ma l’unità può essere perseguita a spese della coerenza e della chiarezza? Questa scelta esporrebbe il fianco laico dell’ Unione, che costituisce la maggioranza dei suoi elettori, a una tensione molto grande, e metterebbe in dubbio la credibilità del centrosinistra come forza laica di governo agli occhi dell’Italia più moderna e più desiderosa di sviluppo culturale e civile oltre che economico. A questo dilemma non è possibile sottrarsi. Ma la forza ritrovata può essere spesa coraggiosamente uscendo da una trincea difensiva, che oggi non ha più scuse. Delle due l’una: o si fa uno sforzo finale per trovare una posizione condivisa, e si va con quella al referendum, oppure, se questo è ormai impossibile, si affronta concordemente la diversità di posizioni, senza timore di apparire divisi. Se si è convinti della propria forza e del rapporto positivo riconquistato con gli elettori, non c’è motivo di temere gli effetti di una divaricazione interna che, su temi come quelli bioetici, è del tutto legittima. Chi ha promosso il referendum deve onorare il proprio impegno conducendo una campagna limpida e convinta, ancorché rispettosa delle diverse opinioni. La forza e la credibilità di uno schieramento composito come il centrosinistra si misura dalla sua unità, ma anche dalla sua capacità di evitare ipocrisie e veti reciproci.