L’Emilia Romagna è la terza Regione ad adottare norme sul fine vita, ma è solo l’inizio per Matteo Mainardi

Legge regionale fine vita Emilia-Romagna

Dopo la Toscana, la Sardegna, è l’Emilia Romagna la terza Regione che ha adottato norme che ricalcano la proposta di legge di iniziativa popolare “Liberi Subito”. La legge non modifica i diritti stabiliti dalla Corte costituzionale, ma disciplina l’organizzazione del Servizio sanitario regionale, definendo procedure senza ingiustificati ritardi, per la verifica delle condizioni delle persone che chiedono di accedere all’aiuto medico alla morte volontaria, in attuazione delle sentenze della Corte costituzionale. Matteo Mainardi, responsabile iniziative fine vita dell’Associazione Luca Coscioni era presente alla seduta conclusiva del consiglio regionale, che ha portato all’approvazione del testo.

Qual è stato il clima politico che hai riscontrato attorno alla proposta nel corso del iter legislativo? 

La discussione della proposta di legge in Emilia-Romagna si è tenuta in un clima sereno e in assenza di grandi scontri: la maggioranza è stata unita nell’approvazione di questa legge, avendo sposato la necessità di avere procedure e regole chiare per chi vuole accedere al suicidio medicalmente assistito. Discorso diverso da parte invece delle opposizioni che hanno fatto muro, non hanno votato la legge e non hanno quindi aiutato in fase di approvazione. Ciò che è emerso è una contrarietà da parte di Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia al tema, alla legge in sé. Le opposizioni hanno rimandato la palla al Parlamento, auspicando una norma nazionale ma fingendo di non sapere che però in Parlamento i loro stessi partiti, che esprimono la maggioranza, non vogliono affrontare il tema e posticipano la discussione. Quindi c’è stato un rimpallo di responsabilità che abbiamo visto anche in altre regioni. 

Come si è arrivati all’approvazione della legge? 

La discussione in Emilia-Romagna parte da una proposta di legge popolare. Nel 2023 abbiamo depositato 7300 firme di cittadine e cittadini emiliano-romagnoli e quella proposta di legge popolare ha portato al risultato di una legge regionale anche in Emilia-Romagna – così come avvenuto in Toscana e in Sardegna. Non è stata approvata direttamente la nostra legge popolare perché c’è stata una riformulazione in un nuovo testo da parte dei consiglieri regionali, ma la proposta approvata va a riprendere lo spirito e le necessità che erano stata sottoposte al consiglio regionale partendo appunto dalla proposta popolare.

Potresti spiegare il perché delle modifiche occorse al testo? 

La differenza principale tra il testo approvato e quello popolare riguarda le tempistiche certe. Quando abbiamo iniziato a proporre alle regioni di approvare leggi su questo tema chiedevamo procedure certe e anche tempi certi, ma sulla seconda questione è però intervenuta la Corte costituzionale con la sentenza sulla legge approvata dalla Toscana. La Corte ha chiarito che, per quanto riguarda le tempistiche, esse non possono essere inserite in una legge regionale in maniera rigida, ma deve essere consentita la possibilità a medici e strutture sanitarie di valutare la situazione della persona in maniera flessibile, con la possibilità di svolgere ulteriori approfondimenti. Quindi i 30 giorni che noi prevedevamo dovesse durare il percorso di verifica delle condizioni di salute della persona che fa richiesta per il suicidio assistito, sono stati valutati dalla Corte costituzionale come un criterio troppo rigido. Di conseguenza, in tutte le proposte di legge depositate nelle varie regioni la questione delle tempistiche è stata eliminata. Rimangono però le procedure – così come le avevamo immaginate. Avere delle procedure definite aiuta le persone a godere di un percorso chiaro, che non rischia di interrompersi in ogni passaggio dovendo poi rimandare gli step successivi alle decisioni dei giudici. Ora le 19 ASL delle tre regioni che hanno approvato la legge sanno cosa devono fare e hanno possibilità di organizzarsi in maniera organica a livello regionale.

Intravedi la possibilità di ricorsi contro la legge, come abbiamo già visto in passato?

Non possiamo escludere ricorsi da parte del Governo perché sul tema c’è una contrarietà ideologica da parte dei partiti della maggioranza sul tema, come dicevamo. Ciò che però è da escludere è che la Corte costituzionale possa bocciare la legge dell’Emilia-Romagna, perché anche se dovesse trovarsi ad esprimersi emetterà di fatto una sentenza identica a quelle già espresse per la Toscana e la Sardegna: si dirà cioè che le procedure e il fulcro centrale della legge è costituzionalmente ammissibile al netto di ipotetiche piccole correzioni che non andrebbero a toccare il cuore della legge. Di fatto la legge dell’Emilia-Romagna, così come è stata costruita, ricalca la legge toscana e la legge sarda nelle parti accettate dalla Corte costituzionale, quindi direi che questo timore al momento non c’è.

Sono diverse le regioni in cui sono in corso le attività attorno ai Liberi Subito, ci potresti fare una panoramica?

In tutte le regioni italiane in realtà sta succedendo o è successo qualcosa. Oltre a Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna – le tre regioni che hanno approvato la legge – in quattro regioni abbiamo una raccolta firme in corso per depositare una proposta di legge d’iniziativa popolare regionale. Le regioni in questione sono la Calabria e il Lazio, a cui si aggiungono Piemonte e Lombardia, dove stiamo raccogliendo queste firme per la seconda volta, a seguito del mancato proseguimento dell’iter in una prima occasione. In tutte e quattro le Regioni il numero minimo di firme necessarie è già stato raccolto – in alcune regioni, come il Piemonte, stiamo addirittura raddoppiando il numero di firme necessarie. Ci sono poi Regioni che hanno un iter di discussione in corso, come il Trentino, l’Alto Adige, l’Umbria e il Veneto, che riprenderanno le discussioni a settembre. Sempre a settembre, anche in Liguria l’iter prenderà avvio. Ricordo, su questo, che nella precedente legislatura regionale in Liguria si stava arrivando all’approvazione della legge, ma poi, per le vicende giudiziarie che hanno portato alle dimissioni dell’allora presidente Toti, quel dibattito si è arrestato. Abbiamo poi cinque Regioni in cui la proposta di legge è depositata, ma in cui stiamo portando avanti iniziative di pressione politica al fine di sollecitare l’avvio della discussione: Sicilia, Puglia, Campania, Molise e Marche. 

In ultimo, in tre regioni – ovvero Valle d’Aosta, Friuli-Venezia Giulia e Abruzzo – la discussione c’è già stata ed è stata arrestata a seguito della bocciatura delle proposte di legge oppure per la votazione di pregiudiziali di costituzionalità. 

Rimane fuori da questo quadro quindi una sola regione, ovvero la Basilicata. 

Su cui dovremmo tornare nei prossimi mesi impegnandoci a trovare il modo per far tornare in consiglio una discussione su questo tema, anche in virtù del cambio di legislatura. In Basilicata, nella precedente legislatura regionale, erano stati nove Comuni a chiedere alla Regione di discutere la legge, senza però riuscire a portare il testo in consiglio. 

Ma in quelle regione che non hanno una legge cosa succede?

Al netto dell’approvazione di una legge regionale, la possibilità di accedere al suicidio medicalmente assistito rimane un diritto per tutti i cittadini italiani in qualsiasi parte d’Italia, anche nelle Regioni che ora non hanno una legge. La differenza è che dove non c’è una legge ogni ASL ha proprie procedure, spesso poco chiare, e si possono trovare ostacoli all’avanzamento dei vari passaggi di verifica delle condizioni, di identificazione del farmaco, dei macchinari e via dicendo. Resta però un dovere delle ASL fornire questo servizio, così come rimane un diritto delle persone accedere a queste pratiche. Nelle Regioni dove invece abbiamo una legge tutto questo è semplificato, ovvero ci sono delle procedure chiare, delle commissioni mediche già pronte a valutare ogni singolo caso e le ASL lavorano in maniera uniforme.

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.