Voglio partire da una data, perché le date in questa storia contano e vanno tenute insieme: 31 dicembre 2024. Quel giorno è scaduto il Piano Nazionale per la Non Autosufficienza 2022-2024. Da quel giorno l’Italia è rimasta senza l’atto di programmazione che decide come si muovono i tre miliardi del Fondo per le non autosufficienze sul triennio successivo, come arrivano alle Regioni, come scendono negli Ambiti territoriali sociali, come finiscono nelle case delle persone non autosufficienti. La cornice nazionale è venuta meno il primo gennaio 2025. L’intesa Stato-Regioni sul nuovo Piano 2025-2027 è arrivata quindici mesi dopo, il 18 marzo 2026. Il DPCM è stato firmato il 20 aprile 2026 e, al momento in cui scrivo, è ancora al vaglio degli organi di controllo. Il 7 aprile 2026, in mezzo a questa lunghissima attesa, è stata discussa alla Camera l’interrogazione parlamentare Boschi ed altri, che ha portato la questione fuori dai tavoli tecnici e dentro l’aula. Il 22 aprile 2026, due giorni dopo il DPCM, l’Associazione Luca Coscioni ha denunciato pubblicamente che gli atti non risultavano ancora efficaci né le risorse concretamente disponibili per le Regioni.
Quindici mesi. Più di un anno di vita programmatoria sospesa. E in mezzo a quei quindici mesi, persone che non potevano permettersi di stare sospese insieme al Piano.
Comincio dal nome che voglio dare a tutto questo, perché è da lì che bisogna cominciare. Dobbiamo smettere di chiamare “ritardo amministrativo” quello che è successo. Lo dico subito e lo dico chiaramente, perché ogni volta che leggo la parola “ritardo” sui comunicati istituzionali mi si stringe lo stomaco per quanto è precisa nella sua imprecisione. Ritardo è quando hai voluto prendere il treno e il treno è partito senza di te, ritardo è uno scarto fra intenzione ed esecuzione. Quello che è successo qui non è uno scarto. È stata una decisione, presa, ripresa, confermata, di lasciare che un Piano sociale essenziale restasse fuori vigenza mentre milioni di persone aspettavano di sapere se i servizi su cui si reggeva la loro vita sarebbero proseguiti. Quella decisione, presa al livello dei dicasteri, ha avuto conseguenze materiali su corpi precisi. Voglio chiamarla con una parola che pesa abbastanza per restituirle la sua dimensione politica: violenza amministrativa.
So che è un’espressione forte. La uso apposta. La uso perché il vocabolario neutrale del lessico amministrativo, fatto di “iter in corso”, “atti in fase di efficacia”, “intesa raggiunta”, è esattamente lo strumento con cui si è imparato a coprire questo tipo di danno. La violenza amministrativa è quello che succede quando un’omissione, una procrastinazione, una mancata firma di apparato pubblico produce su persone identificabili effetti che, se li producesse un soggetto privato, chiameremmo senza esitazioni con nomi che pesano. Lasciare senza certezze finanziarie i servizi essenziali alla persona per oltre un anno è una forma di violenza. Costringere caregiver, operatori, persone con disabilità, famiglie esauste, a vivere appesi alla notizia che non arriva è una forma di violenza. Il fatto che a esercitarla sia un Ministero e non un individuo non la rende meno violenza, la rende più impunita. Le violenze impunite sono quelle che si ripetono, perché chi le esercita ha imparato che pagare il conto tocca sempre ad altri.
Provo a spiegare cosa succede in concreto quando un Piano resta in sospeso per quindici mesi, perché temo che chi non vive dentro al welfare non lo veda. Senza Piano operativo, le Regioni non possono adottare i propri atti di programmazione regionale. Senza atti regionali, gli Ambiti territoriali sociali non possono ridefinire gli interventi sui territori. Senza interventi ridefiniti, gli operatori non sanno con quante ore di assistenza domiciliare possono lavorare. Le famiglie non sanno se il progetto di vita indipendente continuerà nei mesi a venire. Le persone destinatarie non sanno cosa spetta loro, in che misura, con quali tempistiche. La catena si rompe in alto, al livello del DPCM mancato, e si scarica in basso, sulle case di chi quei servizi li riceve. Per quindici mesi la risposta sui territori è stata una sola, ripetuta dagli operatori sociali con il fiato corto: stiamo aspettando. Il Piano sta arrivando. Forse. Aspettate ancora. È in quel “aspettate ancora” che si è consumata la violenza, perché chi lo diceva aveva potere e chi lo riceveva non ne aveva.
I numeri dietro a tutto questo sono ricostruibili dalle fonti tecniche: 982 milioni per il 2025, 934 milioni per il 2026, oltre un miliardo e cento milioni per il 2027. Tre miliardi di euro complessivi. Soldi che, finché il Piano non era pienamente efficace, restavano formalmente impegnati ma materialmente non spendibili dalle Regioni con la certezza che serve per programmare servizi pluriennali. Significa che mentre le tabelle del Fondo riportavano cifre ufficiali, sui territori si è andati avanti tenendo in piedi servizi con documenti programmatori scaduti, con dotazioni storiche prolungate a vista. Significa, in concreto, che funzionari onesti hanno mandato avanti il sistema con la propria firma personale, sapendo di essere esposti al primo contenzioso che qualcuno avesse voluto sollevare. Quei funzionari hanno coperto, con la propria competenza e la propria responsabilità individuale, la mancata firma di chi stava sopra di loro. Bisogna ricordarselo, quando si parla di “efficienza” e “inefficienza” della pubblica amministrazione. Spesso l’efficienza italiana è fatta di persone che lavorano oltre il proprio mandato per riparare i buchi di chi avrebbe dovuto firmare e non ha firmato.
Bisogna dire chi paga il prezzo di una violenza amministrativa come questa, perché la violenza amministrativa non colpisce a caso. Colpisce in modo selettivo, e la selettività è la sua firma politica. Colpisce chi ha meno potere contrattuale. Colpisce chi non può rivolgersi al mercato privato per sostituire il servizio pubblico mancante. Colpisce chi non ha avvocati a cui telefonare la mattina dopo, giornalisti amici a cui far passare la notizia, parlamentari da chiamare per un’interrogazione. Colpisce, cioè, esattamente la platea per cui il Piano era stato pensato: persone non autosufficienti, famiglie esauste, caregiver senza tempo. Se ai quindici mesi di vuoto programmatorio del PNNA fossero corrisposti quindici mesi di blocco delle pensioni dei magistrati o delle indennità parlamentari, la questione sarebbe stata risolta in quindici giorni. Non è stata risolta in quindici mesi perché chi pagava il conto era considerato sacrificabile. Il termine “sacrificabile”, in politica sociale, è la traduzione amministrativa di “invisibile”. E “invisibile” è la traduzione, in politica sociale, di “senza potere di voto organizzato”. La catena è questa, ed è una catena, non una serie di coincidenze.
C’è un altro elemento che voglio mettere a fuoco, perché racconta come funziona questo Paese quando si tratta di non autosufficienza. Il nuovo Piano 2025-2027 riserva la propria platea alle persone con disabilità in condizione di non autosufficienza fino a 70 anni di età. Gli ultrasettantenni vengono rimandati al Piano nazionale per la fragilità e la non autosufficienza nella popolazione anziana previsto dalla legge 33 del 2023, ancora in fase di attuazione. Il sistema, insomma, è stato scomposto in due binari paralleli, uno per le persone con disabilità sotto i 70 e uno per gli anziani non autosufficienti sopra i 70. Sui criteri tecnici di questa separazione si può discutere e si discute, nei tavoli specialistici e in sede sindacale. Quello che voglio dire qui è un’altra cosa, più politica. Ogni volta che si scompone un sistema in più piani normativi distinti, si moltiplicano i punti in cui qualcosa può rallentare, scivolare, restare in sospeso. Si moltiplica, cioè, la superficie possibile della violenza amministrativa. Chi conosce il funzionamento concreto del welfare italiano sa benissimo che la frammentazione non è mai neutrale: è il modo elegante con cui si rinvia la spesa, si diluiscono le responsabilità, si rende più difficile per la cittadinanza tenere traccia di cosa spetta a chi.
E poi c’è la disomogeneità territoriale, che di questi quindici mesi è l’effetto più visibile e meno raccontato. Senza una cornice nazionale operativa, le Regioni si sono mosse in ordine sparso. Quelle organizzativamente più solide, con assessorati al welfare strutturati e Ambiti territoriali sociali rodati, hanno tenuto in piedi i servizi nonostante l’incertezza. Quelle più fragili, con apparati sottodimensionati e bilanci sotto pressione, hanno tagliato, ridotto, contratto, rinviato. Il risultato è che oggi, nel maggio 2026, i diritti delle persone non autosufficienti variano sostanzialmente in base al codice postale di residenza. Non per scelta politica esplicita di nessuno, non perché un programma elettorale l’abbia detto chiaro: per omissione. Per il fatto che il vuoto è stato accolto in modo diseguale dai territori. Questo è il punto in cui la violenza amministrativa centrale produce la propria propaggine periferica: la cittadinanza differenziata, fondata sulla resilienza disuguale delle amministrazioni locali. Un Paese che lascia variare i diritti sociali essenziali in base alla forza burocratica della Regione di residenza è un Paese che ha smesso, di fatto, di garantire diritti universali. Lo ha fatto in silenzio, senza riforme costituzionali, senza dibattito pubblico, senza nemmeno il bisogno di dichiararlo. Lo ha fatto lasciando scadere un Piano e non sostituendolo.
Pretendere cosa, ora. Pretendere che il DPCM del 20 aprile 2026 diventi pienamente efficace senza ulteriori passaggi dilatori, e che le risorse arrivino alle Regioni in tempi misurabili in settimane e non in trimestri. Pretendere un meccanismo di garanzia automatica per cui la mancata adozione tempestiva di un Piano nazionale che incide su servizi essenziali alla persona attivi un regime sostitutivo, in modo che mai più la programmazione del welfare possa restare sospesa per quindici mesi senza che nessuno paghi un prezzo. Pretendere che l’interrogazione Boschi del 7 aprile non resti l’ennesima interrogazione archiviata con una risposta evasiva, ma diventi l’occasione per costruire un monitoraggio parlamentare permanente sull’attuazione dei piani sociali nazionali. Pretendere, soprattutto, che la categoria di “violenza amministrativa” smetta di essere un’espressione di nicchia usata da chi fa attivismo radicale e diventi una categoria politica riconosciuta. Solo nominando correttamente il danno si può sanzionare. Solo sanzionando il danno si può evitare che si ripeta. La storia del welfare italiano è piena di piani scaduti rinnovati in extremis e di vuoti programmatori richiusi all’ultimo momento senza conseguenze per chi avrebbe dovuto firmare prima. Finché questa ripetizione resta indolore per chi ha il potere di firma, continuerà a ripetersi. La sola cosa che può romperla è il prezzo politico.
Chiudo dicendo da dove parlo, perché credo conti. Parlo da una persona con disabilità che ha attraversato in questi quindici mesi gli stessi corridoi amministrativi che attraversano milioni di altre. Ho visto operatrici sociali piangere al telefono mentre cercavano di spiegare a famiglie sfiancate che il bando non era ancora uscito, che le ore non si potevano confermare, che le risposte non c’erano perché nessuno le aveva date a loro. Ho letto messaggi di amiche e amici che si chiedevano se l’assistente personale del mese dopo si poteva ancora pagare. Ho sentito una donna di settantasei anni dirmi, con la voce piatta di chi non ha più energie per indignarsi, “ormai ho imparato che dello Stato non ci si può fidare”. Queste cose non stanno nelle tabelle del Fondo per le non autosufficienze. Non stanno nei comunicati di intesa Stato-Regioni. Non stanno nei DPCM al vaglio degli organi di controllo. Stanno nelle vite, e nelle vite si sedimentano come sfiducia, come rinuncia, come depressione delle famiglie, come solitudine delle persone non autosufficienti rimaste un mese in più senza l’ora di compagnia prevista. La violenza amministrativa lascia tracce che il Ministero non vede, perché il Ministero non le cerca. Le cerchiamo noi, una per una, e le mettiamo agli atti.
Per questo non lascio cadere la parola. La parola è “violenza”, e la tengo. La tengo perché è la sola che restituisca al fatto la sua misura. La tengo perché ogni volta che la pronuncio costringo chi mi ascolta a fermarsi un momento di più sul danno, invece che scivolare via sulla parola “ritardo”. E in quel momento di più, che chi ha potere di firma vorrebbe risparmiarsi, c’è tutto lo spazio della politica.

Valentina Tomirotti è giornalista, esperta di comunicazione inclusiva e attivista sui temi dell’accessibilità e della rappresentazione della disabilità. È presidente dell’associazione Pepitosa in Carrozza ODV, con cui promuove progetti concreti per l’abbattimento delle barriere culturali e fisiche, tra cui “C’entro anch’io”, iniziativa dedicata all’accessibilità del centro storico di Mantova. Lavora come consulente e formatrice per aziende, istituzioni e realtà del terzo settore sui temi della diversity & inclusion, con un focus su linguaggio, corpo e narrazione. Collabora come giornalista freelance con vari magazine e quotidiani nazionali, e sviluppa contenuti editoriali e progetti di comunicazione che uniscono attivismo e racconto. È ideatrice di format, podcast e percorsi formativi che mettono al centro la disabilità come tema politico, sociale e culturale.