Graziella Pellegrini, professoressa ordinaria di Medicina rigenerativa all’Università di Modena e Reggio Emilia nel prendere parte al convegno che si è tenuto giovedì 19 febbraio presso il Senato della Repubblica a 20 anni dalla morte di Luca Coscioni sul tema della libertà di ricerca è partita da una considerazione sulla Legge 40 e sulla sperimentazione sugli embrioni umani.
Sentiamo dire che è vietata la sperimentazione sugli embrioni umani. E tu dici, sperimentare sugli embrioni umani fa un certo effetto, sembra una brutta cosa. Ma chi la fa questa sperimentazione sugli embrioni? Si prelevano alcune cellule dall’embrione e poi si derivano delle linee. Non è una sperimentazione sull’embrione, è un prelievo di cellule esattamente come quando leviamo una cornea da un donatore, prendiamo la pelle da un individuo deceduto o cose di questo genere. Non è una sperimentazione sull’embrione. Io non sono un avvocato o non so niente di legge, però a me sembra una cosa profondamente diversa prelevare un pezzettino o sperimentare sull’intero individuo. By the way, lascio il messaggio se potesse essere sviluppato.
Parlo dal punto di vista del ricercatore che cerca delle soluzioni, mi sono chiesta come qualsiasi ricercatore farebbe, ok c’è un problema, Esiste una soluzione? C’è un modo percorribile per trovare una soluzione? Perché questo è l’approccio che qualunque ricercatore deve avere a fronte di qualsiasi successo. Un ricercatore, anche quando ottiene dei buoni risultati, ha un milione di fallimenti alle spalle a fronte di un singolo successo. Cioè, quindi la logica è, esiste una soluzione? Quale potrebbe essere?
Allora, dal mio punto di vista, le malattie rare e le nuove terapie sono in realtà non un problema, ma una grande opportunità che lo Stato italiano, così come altri altri Stati, dovrebbero cogliere.
Intanto ricordo alcuni dei valori dell’Associazione Luca Coscioni, perché siamo qui per questo, e tra le sue priorità c’è l’affermazione delle libertà civili, dei diritti umani, in particolare quello della scienza e della possibilità della società civile di usufruire dei benefici della scienza, perché sarebbe assurdo investire in qualcosa e poi non utilizzarlo, non averlo a disposizione.
Le malattie rare, quello che voglio evidenziare è che non sono rare per niente, nel senso che rappresentano una grossa fetta della popolazione. Il numero di malattie rare note e diagnosticate è di 10.000. Scusate i numeri, ma i ricercatori hanno la mania dei dati e dei numeri, perché magari sono molto chiari. Allora, non sono pochi i malati, ma milioni di persone in Italia, milioni e circa 30 milioni in Europa, secondo i dati della Commissione Europea. Nel nostro Paese i malati rari sono circa 2 milioni. Il 70% di questi sono in età pediatrica, sono bimbi verso cui siamo tutti molto sensibili, ovviamente, perché loro sono il nostro futuro. Attenzione, al di là dei dati di incidenza della patologia che ci dice che la singola patologia è rara, bisogna considerare la prevalenza, cioè come si accumulano questi pazienti nel tempo se noi non li trattiamo. Quindi c’è un carico progressivo sempre maggiore che li rende non ignorabili. Attenzione, parlo in maniera cinica, cioè come se stessimo ragionando solo di numeri, perché forse la società è più sensibile a questo. Anche un numero piccolo di patologie, se sono croniche nel tempo, si accumulano e quindi avranno un’alta prevalenza. Significa tanti individui nella società, quindi un problema della società che deve essere affrontato, perché non si può fare altrimenti. anche volendo ragionare in maniera fredda e cinica. Le malattie rare per l’80% sono genetiche, il che già ci dà un indirizzo di quali sono le terapie che hanno più probabilità di funzionare, ma il 20% hanno altre origini acquisite, infettive, autoimmuni, tumori, fattori ambientali. Questo per ricordare che in quel 20% c’è il rischio per tutti quelli che pensano di essere sani, quindi che si ritengono dall’altra parte della barricata. Ma dall’oggi al domani potrebbero piombare nella stessa categoria. Quindi anche per autodifesa conviene considerare il problema. I governi hanno considerato l’importanza delle malattie rare perché hanno investito in tante belle istituzioni che se ne preoccupano, quindi c’è tanta gente che lavora su questa cosa. Quindi motivo di più, visto che sono stati fatti degli investimenti, cercare di utilizzarli in qualche maniera per far andare avanti le cose e per risolvere il problema.
Ma la domanda che viene, che sorge spontanea è, ma noi possiamo fare una terapia per ciascuno di questi pazienti? Una terapia diversa per ciascuno di questi pazienti che sono tanti e sono tutti diversi tra di loro? Perché i malati rari ovviamente hanno delle loro peculiarità. Quanto costerebbe fare una terapia specifica per tutti questi pazienti? Costerebbe moltissimo, no? Sembra quasi impossibile. Ma se noi non li curiamo, trascurando anche i diritti dei cittadini, siamo sicuri che stiamo risparmiando? Perché lasciarli malati ha un costo elevatissimo. La società sta spendendo tantissimi soldi, la società, noi, tantissimi soldi per lasciarli malati. Il che a me sembra una contraddizione in termini, ma la espongo al vostro giudizio.
Allora, i malati rari, oltre ad avere dei diritti come cittadini, perché sono cittadini, elettori e via discorrendo, sono una grande opportunità per lo Stato, non sono un problema. Perché noi abbiamo già tutti gli strumenti per poterli curare. Forse si tratta di organizzare e legiferare su risorse già disponibili in un modo diverso. Abbiamo le università e i centri di ricerca che sono comunque già finanziati e che producono innovazione. Abbiamo gli ospedali che già li paghiamo, quindi già ci sono. Abbiamo terapie innovative, moltissime già prodotte, però non le usiamo, nuove tecnologie che sono prodotte da aziende nazionali e che sono lì che soffocano e come dicono gli inglesi struggle, sono lì che soffrono per sopravvivere. E abbiamo finanziamenti anche già erogati che lo Stato già spende. Allora forse c’è un problema di organizzazione, forse si tratta di mettere in fila le cose nel modo giusto perché questo problema possa avviarsi verso la risoluzione. Soltanto alcuni esempi delle moltissime terapie che sono già esistenti, innovative, come la cecità per lesioni oculari, l’epidermolisi bollosa, l’immunodeficienza dei bambini, ma anche la distrofia retinica, dove il farmaco è stato registrato negli Stati Uniti, o la terapia genica della sordità bilaterale totale, cioè un isolamento completo dei bambini dal mondo, che è curabile perché ci sono state sperimentazioni cliniche efficaci. Le soluzioni esistono e ci sono molti studi con farmaci innovativi e prodotti di terapie avanzate, terapie risolutive. Vogliamo abbattere la prevalenza per abbattere i costi visto che si parla solo di costi? Benissimo le soluzioni vengono continuamente originate da università e centri di ricerca. Quindi l’innovazione è garantita già al nostro Stato. Gli ospedali ci sono, li abbiamo su tutto il territorio. Perché non vengono applicate le terapie? Perché hanno dei costi molto elevati. Costi molto elevati significa mancanza di profitto per industrie farmaceutiche che avrebbero i soldi per svilupparle. Ma tutto questo è veramente l’unico modo? Secondo me no.
Il problema delle terapie innovative non sono i costi elevati. Hanno un alto upfront cost. Attenzione, questo è importante perché non è che il farmaco tradizionale che costa 5-10 euro a scatola costi realmente 5-10 euro a scatola. Perché voi lo prendete tutta la vita e non vi risolverà mai il problema. Se fate il calcolo di tutti i costi non costa poco neanche lui. Invece la terapia avanzata deve essere pagata tutta insieme. Perché costa così tanto? Perché ha un sistema regolatorio di controllo complesso che è applicato a una fabbricazione principalmente manuale e frammentata anche per terapie molto simili tra di loro. Sono richiesti tantissimi controlli su ogni singolo pezzo, mentre per esempio nell’azienda farmaceutica si richiedono dei controlli a campione. Invece nelle terapie avanzate ogni singolo pezzettino deve essere controllato, questo aumenta enormemente i costi. La logistica è un altro problema, siccome c’è questa frammentazione abbiamo logistica sulle lunghe distanze, c’è un’azienda farmaceutica che ha anche calcolato che sopra i 300 chilometri i costi della logistica impattano sul costo del farmaco in maniera esagerata, per cui non si riesce ad erogarlo. Dispersione di terapie e di utenti.
Ma ci sono delle opportunità. La ricerca in tutti i settori disciplinari ha prodotto degli avanzamenti inimmaginabili. Anche in Italia. Il nostro Paese non manca di alcuna competenza ed è spesso stato antesignano in molti settori cedendo poi le tecnologie agli altri. Cediamole, ma usiamole anche, visto che le abbiamo inventate e le abbiamo finanziate. La tecnologia e la ricerca sono andate avanti in tutti i settori in modo multidisciplinare. Il loro collegamento può produrre un avanzamento e un’innovazione reale che cambia lo scenario.
Con questo tipo di approccio, di collegamento tra tutte le varie parti che possono cooperare per arrivare al risultato, posso anche andare incontro e contribuire allo sviluppo e all’economia del Paese che è l’unica cosa che apparentemente interessa nell’ambiente politico. Per carità interessa a tutti noi perché sopravviviamo grazie a questo, però se i due aspetti si collegano noi raggiungiamo i diritti civili e lo sviluppo e l’economia del Paese.
Gli scenari sono tanti di cui tenere conto. Abbiamo un sistema robotizzato, in pratica un mini laboratorio completamente chiuso autonomo robotizzato che fa tutte le operazioni da solo in via di sviluppo. L’operatore ha una funzione evoluta, come deve essere per un cervello umano, cioè di supervisione delle operazioni e di programmazione a fronte di operazioni ripetitive che porterebbero via il costo di moltissime persone che altrimenti dovrebbero fare operazioni decisamente poco motivanti e poco elevate. In realtà l’operatore qui è una persona che conosce il sistema e lo domina, ma l’apparecchio è in grado, in uno spazio molto ridotto, di produrre automaticamente tutta una serie di attività e di fare tutte le operazioni per produrre una terapia con un risparmio enorme di energia, di spreco di materiali, di dispersione di sostanze tossiche nell’ambiente e di dispersione di plastiche per esempio nell’ambiente, quindi anche con un ridotto impatto ambientale. Ma poi c’è da considerare i controlli richiesti su ogni singola fase.
Un altro esempio, un altro sistema robotizzato per fare dei controlli automatici in microfluidica, quindi su molteplici campioni e con lettura dei risultati in intelligenza artificiale. Il vantaggio di questi sistemi, che si basano su analisi d’immagine, è che, contrariamente ad altre forme di intelligenza artificiale, sono ispezionabili per vedere se la macchina sta analizzando nel modo corretto. Abbiamo sensori a distanza che ci consentono di non interferire con la sterilità e di evitare le contaminazioni che sono un grosso problema in queste terapie. Sistemi di spettroscopia che ci consentono di fare praticamente un’impronta digitale dello stato della cellula per capire esattamente che cellula è e cosa sta facendo, senza bisogno di fare 5.000 analisi sul sistema, con un semplice raggio di luce e analisi computerizzata della dispersione di questo raggio di luce. Il che significa economizzare il sistema in una maniera gigantesca, avere una dispersione nell’ambiente nettamente inferiore, un avanzamento delle competenze della tecnologia e uno sviluppo economico del Paese generando lo sviluppo di una molteplicità di aziende che fanno una serie di attività di corollario. Quindi ci sono le possibilità, è un problema di organizzazione in tutto questo. Quali sono le azioni che dobbiamo fare?
Allora, in Europa il bisogno di cambiare questi processi per renderli sostenibili è molto ben noto e sono stati offerti finanziamenti, molti finanziamenti per diversi anni, per progetti che affrontano questi problemi. La ricerca europea è finanziata anche dal nostro Paese, quindi sono soldi che noi spendiamo già. Magari non stiamo agendo perché ciò che diamo in Europa torni in maniera proporzionale contribuendo anche allo sviluppo del nostro paese. Magari bisognerebbe intervenire a livello politico e su base meritocratica, per carità. Potrebbe essere una buona azione politica che una parte di questi soldi che noi diamo all’UE per la ricerca che poi viene sviluppata negli altri paesi, in parte torni anche a noi in maniera proporzionale. Ma visto che stiamo già spendendo, vediamo se possiamo usare queste risorse anche per noi, anche per le terapie che si devono attuare qua, ora, oggi, perché le tecnologie ci sono, ci sono già, si tratta di collegarle. Dopodiché Il coordinamento multidisciplinare tra i diversi settori può essere fatto dai ricercatori, nessuno chiede alla politica di impegnarsi in cose tecniche che magari non conoscono a fondo, a parte qualcuno.
Fondi di ricerca sono già stati stanziati, devono essere opportunamente indirizzati in maniera da definire delle priorità per nuovi metodi di produzione, controllo e logistica e una decentralizzazione di ridotte produzioni negli ospedali che sono già su tutto il territorio perché questo consente di ridurre sensibilmente i costi perché già gli ospedali hanno dei finanziamenti significativi.
Significa che noi possiamo costruire piattaforme tecnologiche che possono produrre multiple terapie con minime differenze. Questa azione l’ha già avviata il San Raffaele e si sta cercando di farla presso il Centro di Medicina Rigenerativa di Modena. In questo modo sarebbe possibile ridurre i costi di produzione e controllo in maniera enorme. Con questi sistemi potremmo ridurre moltissimo l’impatto ambientale delle produzioni che sappiamo tutti essere un grosso problema. Saremo in grado di aumentare significativamente le competenze mediche e motivare i medici del Sistema Sanitario Nazionale che magari così non migrano nel privato per fare delle attività di minore rilievo e lasciando scoperto il Servizio Sanitario Nazionale.
Diventare attrattivi per le aziende creando un indotto di mercato e anche una serie di sviluppi tecnologici, poter finalmente raggiungere e curare i pazienti italiani in modo molto più sostenibile, rispettare i diritti dei cittadini e degli elettori e poi forse questo sembra una cosa utopica, avere delle persone felici e più contribuenti al benessere della società, credo che siano tutti obiettivi decisamente auspicabili. Gli altri Paesi stanno iniziando a promuovere le aziende e l’innovazione congiunta, perché è chiaro che è necessaria questa collaborazione. Vogliamo supportare i nuovi approcci anche nel nostro Paese, supportare i cittadini, ricordandoci che tutti possiamo diventare malati rari o non rari, e più o meno tutti in qualche momento lo sono stati, quindi magari ricordiamocene.
Favorire lo sviluppo economico in molti settori del Paese, ridurre i costi sanitari, e ridurre l’impatto ai danni ambientali sono tutte cose che qualcuno già le capisce. Harvard ha messo in rete un corso per i medici su queste nuove terapie considerandole come il futuro della terapia. In questo corso tra le altre c’è la lezione che viene dal nostro gruppo sulla traslazione clinica. L’America ha sviluppato molti farmaci di terapia avanzata e quindi forse ha percepito l’importanza di questo messaggio.
L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.