Il crollo della produzione industriale, quasi 150 tavoli di crisi, tre posizioni perse dalla nostra manifattura nella graduatoria mondiale (da quinti a ottavi). Di carne al fuoco ce n’è tanta e chi si ritroverà alla guida del governo non potrà perdere tempo prezioso nel dare una sterzata alla politica industriale. Sono tanti i dossier rimasti in sospeso: la riorganizzazione degli incentivi, le strategie per l’internazionalizzazione, scelte chiare ed efficaci sull’innovazione, strumenti più adatti alle aree di crisi, la realizzazione del nuovo piano energetico. Dopo una lunga serie di tentativi falliti, la riorganizzazione degli incentivi alle imprese, prevista in origine da una delega al governo contenuta nella legge sviluppo del 2009, ha visto la luce con il primo decreto sviluppo del governo Monti. L’attivazione di un unico Fondo per la crescita sostenibile, contestuale all’abolizione di 43 norme nazionali, è ancora condizionata all’emanazione di un decreto ministeriale. Ma oltre al percorso attuativo le incognite derivano soprattutto da un possibile ampliamento dell’intera operazione. Perché, nel frattempo, è stato portato all’attenzione pubblica il piano Giavazzi che individuava fino a 10 miliardi di incentivi potenzialmente eliminabili, e soprattutto la legge di stabilita e intervenuta prevedendo un Fondo per ricerca e taglio del cuneo fiscale da alimentare proprio attraverso la revisione dei sussidi. Non si può escludere a questo punto che il prossimo governo sarà chiamato a rimettere mano alla materia, con l’obiettivo di una razionalizzazione complessiva che includa anche i trasferimenti diretti ad aziende pubbliche. L’operazione è delicata e sempre più urgente. Perché solo un quadro normativo certo e definitivo consentirà di capire quanto si può mettere sul tavolo, anche di intesa con le Regioni, per la risoluzione delle «crisi industriali complesse». A questo proposito, lo Sviluppo economico ha portato in Conferenza Stato Regioni una nuova versione, probabilmente definitiva, del decreto ministeriale che fissa i criteri per individuare le crisi complesse e attivare Progetti di riconversione e riqualificazione industriale. Il sistema manifatturiero italiano, con la progressiva uscita di scena del programma “Industria 2015”, è ormai orfano di un progetto organico per il sostegno all’innovazione industriale e tecnologica. I programmi delle forze politiche concordano su alcune grandi direttrici, a partire dalla green economy e l’economia digitale, che andrebbero però sistematizzate in un grande progetto per l’innovazione, possibilmente coerente con le “tecnologie abilitanti” già individuate dalla Ue mediante il piano Horizon 2020 (informazione e comunicazione, nanotecnologie, materiali avanzati, biotecnologie, fabbricazione e trasformazione avanzate, spazio). Le risorse messe a disposizione dai grandi pro- getti comunitari sono del resto un’opportunità unica per il rilancio. Ma non va dimenticato come in altri casi sia necessario uno sforzo supplementare per individuare risorse nazionali, necessarie ad esempio se si vorrà introdurre davvero un credito di imposta per gli investimenti in ricerca. Il governo uscente ci ha provato, senza esito, arrendendosi di fronte a una dote stimata in 900 milioni l’anno. Si ricomincerà dalla nuova Agenzia Ice e dal piano per l’export 2013-2015 lanciato con l’obiettivo ambizioso di realizzare 145 miliardi aggiuntivi in tre anni. Anche in questo caso, l’argomento risorse non è secondario. L’Ice ha faticosamente ottenuto io milioni aggiuntivi per il budget di funzionamento (da 64 a 74 milioni) ma resta impressionante il divario rispetto ai principali competitor per quanto riguarda la promozione (meno di 30 milioni, circa un quarto rispetto a Germania o Francia). Una riflessione seria meriteranno sicuramente gli strumenti fiscali a favore delle reti di impresa e il sistema del credito all’internazionalizzazione. Troppo spesso le aziende italiane hanno gettato la spugna in grandi gare per le infrastrutture, penalizzate dal sistema di finanziamento. Da alcuni mesi, dietro le quinte, si lavora al progetto di una vera Export bank con Cassa depositi e prestiti, Sace e Simest. Se davvero c’è la volontà di realizzarla, occorrerà stringere i tempi per non regalare ai concorrenti della nostra industria manifatturiera altro vantaggio prezioso. La nuova Strategia energetica nazionale, attesa ormai dagli anni Ottanta, ha preso forma bozza dopo bozza. Il prossimo governo dovrà dire con chiarezza se intende impegnarsi sugli obiettivi delineati dal nuovo piano, per certi versi rivoluzionario nell’ambizione di rilanciare le estrazioni nazionali di petrolio e metano, di candidare l’Italia al ruolo di hub del metano europeo e di ridurre di almeno 14 miliardi l’attuale “bolletta” da 62 miliardi l’anno che il nostro Paese paga ai fornitori esteri.

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.