E se la pillola dei cinque giorni dopo fosse in realtà candidata a sostituire quella del giorno dopo? La domanda, tutt’altro che oziosa, si fonda su alcuni significativi indizi che, al netto delle probabilità, sembrano piuttosto indicazioni di un nitido percorso culturale in cui l’aborto si fa contraccezione. La prima traccia la si trova leggendo con attenzione il comunicato stampa con cui Hra Pharma ha reso noti i dati di vendita, a un anno dalla messa in commercio sul territorio italiano. Nella nota l’azienda espone il bilancio dell’espansione del prodotto: sottolinea il trend positivo ma si lamenta per le difficoltà della prescrizione, legate al vincolo dell’obbligo di test di gravidanza, che ne rallentano la diffusione capillare. E, al secondo paragrafo del documento, parlando di ellaOne , nome commerciale della pillola, compare un inciso apparentemente estraneo al contesto: «Più efficace delle vecchie preparazioni se utilizzato già entro le prime 24 ore dal rapporto». Ora, quali saranno mai le «vecchie preparazioni» normalmente prescritte per l’assunzione entro 24 ore dall’ avvenuto rapporto a rischio? Secondo elemento: raggiunta telefonicamente da un informatore scientifico, una ginecologa conferma il suo non interesse alla pillola. L’informatore però insiste sull’affidabilità del prodotto e, per provarlo, fa riferimento proprio all’intenzione della casa farmaceutica di voler «sostituire il Levonorgestrel con il più efficace e più sicuro Ulipristal acetato». Ma allora, se così efficace, perché i ginecologi hanno prescritto così poco la pillola dei cinque giorni dopo? Forse perché i medici non sono così ingenui come ci vogliono far credere», spiega Bruno Mozzanega, ginecologo e ricercatore all’Università di Padova «e conoscono bene l’identità strutturale, la strettissima somiglianza di ellaOne con la Ru486, ovvero la struttura molecolare quasi sovrapponibile dell’Ulipristal acetato con il Mifepristone: composti sintetici che si legano ai recettori del progesterone e impediscono l’annidamento dell’embrione in utero. Questo rende inevitabile associare i due prodotti e considerare come attività potenzialmente abortiva anche quella della pillola dei cinque giorni». Prosegue Mozzanega: «Insieme ad altri colleghi abbiamo appena pubblicato uno studio su una prestigiosa rivista scientifica, in cui, esaminando gli stessi studi dell’Oms, dell’Ema, ecc., arriviamo a conclusioni diverse. Ovvero, che la pillola dei cinque giorni dopo non impedisce il concepimento nei giorni preovulatori che sono i più fertili, e quindi consente il concepimento, ma agisce rendendo l’endometrio irreversibilmente ostile all’annidamento del concepito». Ma non sono solo i medici a essere dubbiosi, anche le potenziali utilizzatrici sono più attente a che cosa assumere e perché. «Le donne sono più informate rispetto alla propria salute», precisa la ginecologa Emanuela Lulli, «dopo il caso francese, si è fatta rapidamente strada anche da noi l’idea che già la pillola contraccettiva non sia poi così innocua. Quindi, si chiedono le donne, cosa contiene un cosiddetto farmaco che agisce ben cinque giorni dopo un rapporto a rischio?». Ma se la pillola del quinto giorno diventa la pillola del giorno dopo, quali sono gli scenari che si prospettano? Giova ricordare che i primi studi su questo prodotto sono stati realizzati proprio confrontandone l’azione con quella della Ru486, l’aborto chimico. Parlare di «contraccezione d’emergenza» in questo caso diventa davvero poco sostenibile.

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.