Democrazia reale

“Luca”
Simone Sapienza

Intervista a Franco Cassano. 

COSTRUIRE SULLA SABBIA

LE NOSTRE “DEMOCRAZIE REALI” sono caratterizzate da forze che oscillano tra apatia e ribellismo e dalla sopravvivenza sempre più larvale di regole e istituzioni. Quest’ultime sono ormai impotenti perché rimpiazzate da altre sedi decisionali, sottratte a qualsiasi forma di controllo. Il primato di una costituzione democratica è espresso dal funzionamento dei cosiddetti veto players, soggetti dai quali si attende il consenso per assumere una determinata decisione politica poiché titolari di un potere di veto o di un potere di interdizione: in Italia, il Presidente della Repubblica, il Parlamento e la Corte Costituzionale. Ma i politici non si sono accorti che nuove sedi decisionali si stanno imponendo e che sono “altro” da loro. Il potere reale (“la democrazia reale”) funziona anche senza la politica. La crisi può essere l’occasione per tentare un consolidamento di questi poteri. Con che esito? Un ritorno agli anni Trenta del secolo scorso?

Franco Cassano insegna Sociologia della conoscenza nell’Università di Bari. Definito da molti commentatori come l’intellettuale di punta del marxismo meridionale. Nel suo ultimo libro L’umiltà del male ha tracciato un’analitica del “male minore”, definendolo quel tipo di negatività che non trova manifestazioni spettacolari, ma che al contrario si nasconde sotto le spoglie di una rete di quotidiane atrocità che sarebbero parte della vita quotidiana di tutti noi. Parla, precisamente, di un “male basso”, che “come la lettera rubata di Poe, non riusciamo a vedere proprio perché è di fronte ai nostri occhi”. Con lui abbiamo parlato dei mali delle “democrazie reali”.

Il poeta Victor Segalen in un sonetto rivelava un monito: “costruiamo di bronzo ponti, strade e palazzi, ma ci sono popolazioni ‘barbare’ che hanno invece compreso che occorre costruire con la sabbia sulla sabbia, perché comunque nella storia, nei destini delle cose eterne, c’è il momento in cui questo diventa sabbia”. Per Segalen costruire sulla sabbia con la sabbia significava scegliere la saggezza, evitare preventivamente idolatrie e monumenti. Le nostre società hanno invece fatto della democrazia un sepolcro, dimenticando che ogni funzione democratica va continuamente riaffermata?

Noi occidentali abbiamo rinunciato a qualsiasi saggezza e abbiamo fatto di Faust il nostro mito. E quindi, visto che di monumenti ne costruiamo ogni giorno e abbiamo trasmesso questa voglia al mondo intero, potremmo ricavare da Segalen il più modesto insegnamento che le grandi conquiste sono più fragili di quanto non amiamo pensare. E probabilmente la democrazia è una costruzione fragile perché prevede la presenza di un numero maggiore di variabili rispetto a quelle forme di governo in cui vale la volontà di pochi o addirittura quella di uno solo. Ad esempio, la volontà della legge viene costantemente scavalcata: il superamento continuo dei confini che le nuove tecnologie consentono produce sì effetti liberatori, ma non solo quelli. Accanto alle potenzialità liberatrici, che abbiamo visto all’opera nella caduta dei regimi tunisino ed egiziano, c’è un’enorme facilitazione della possibilità di evadere, di sottrarsi alle leggi dello stato, ma c’é soprattutto il potere sconfinato e indecente dei grandi flussi finanziari. Questo potere non teme gli stati, ma li minaccia. Esso non si attarda nei pasoliniani palazzi romani descritti dal Divo. Certo, c’è anche lì, ma è un potere residuale e modesto. Il vero potere è fuori, nella libertà da ogni controllo di cui godono i grandi capitali, che possono fare il bello e il cattivo tempo, licenziare, assumere o dare i voti ai singoli paesi senza che nessuno possa farci niente, come se invece di costruzioni degli uomini si trattasse di corpi celesti. Io non amo il catastrofismo di maniera, ma è fuori discussione che oggi la democrazia corra dei rischi seri. Essa deve fare i conti con una crisi che ricorda per gravità quella del ’29. Ma il vantaggio conoscitivo prodotto dalla crisi è proprio nell’aver messo a nudo dov’è il vero potere.

Con quale processo secondo lei le nostre democrazie sono state svuotate di potere?

La sottrazione dei poteri forti alle regole giuridiche dello stato democratico. La loro extra-territorialità da un lato è un fattore di acuta destabilizzazione, dall’altro possiede un evidente significato simbolico, che fa percepire quali siano oggi i rapporti di forza. Si consideri il tema della corruzione, di cui oggi parlano tutti. Chi è il principale corruttore se non l’interesse forte, quello che vuole scavalcare le regole per aggiudicarsi l’appalto, per canalizzare a proprio favore le grandi opere, quello che per evadere il fisco si avvale dei migliori commercialisti e per sottrarsi alle pene assolda i migliori avvocati? Tangentopoli ha colpito prevalentemente i partiti e ha messo in secondo piano i corruttori, che erano i grandi gruppi di interesse, che sono stati toccati solo di striscio. D’altro lato questo illegalismo delle classi sociali forti si allea con quello che proviene dal basso: i grandi evasori legittimano i piccoli, e tutti insieme vanificano le leggi, condonano e prescrivono, erodono il valore delle regole. E questa alleanza politica ed elettorale, venti anni dopo la caduta del muro, ha l’impudicizia di evocare lo spettro di una dittatura, presentando il rispetto del bene comune come il comunismo, il rispetto della legge come il totalitarismo e il pagamento delle tasse come una persecuzione liberticida. Ma da noi la pressione fiscale è alta, perché l’evasione è una pratica di massa!

Aumenta la necessità di nuova manodopera ma ci sentiamo assediati dagli immigrati. Diminuiscono i reati ma abbiamo più paura. Le carceri sono sempre più delle discariche sociali dei poveri e di coloro che non hanno modo di difendersi.

Fino a poco fa prediligevo la battuta: mentre gli stati totalitari mettevano dentro, il capitalismo dell’età liberistica mette fuori, ti dichiara all’improvviso un “esubero”, ti lascia all’improvviso in mezzo ad una strada. Ho dovuto correggere questa formulazione perché invece oggi lo stato, anche se siamo in una cornice liberale, continua a mettere dentro. In galera però non ci vanno gli oppositori politici, ma coloro che vivono nei sottoscala della nostra società. Non certo perché la devianza sia limitata solo a quegli strati sociali ma perché questi ultimi non hanno le risorse economiche e i legami sociali che permettono di sfruttare tutte le possibilità offerte dalla legge. È per questo che in Italia l’affollamento delle carceri ha raggiunto livelli indegni d’un paese che pretende di essere civile e che deve ricorrere ad amnistie e indulti per risolvere il problema. Ma occorre evitare di ridurre il problema della detenzione alla “inciviltà” del nostro paese. I “civili” Stati Uniti hanno una popolazione carceraria che in percentuale è la più alta del pianeta. Certo, esiste un problema italiano della condizione carceraria, ma fino a quando l’oscillazione sarà tra condizioni disumane e indecenti e amnistie e indulti saremo di fronte ad una spirale improduttiva. Io credo invece che uscire dall’emergenza significhi farsi una domanda più radi- cale: perché nel mondo la devianza è così diffusa? La nostra debolezza non è la causa di fenomeni che sono presenti anche altrove, ma solo il fattore che li rende più drammatici ed evidenti.

La società dei consumi, dopo trent’anni di tv, ha modellato i suoi messaggi in modo da farli diventare senso comune con infinite ripercussione anche sulla percezione della politica. Almeno in Italia il messaggio è stato: “Non occuparti della tua condizione, non cercare qualcuno con cui farlo insieme. Non puoi cambiare la tua condizione, puoi solo uscire dalla tua condizione”. Quello che in Italia si è spesso attribuito al berlusconismo è in realtà un segno dei tempi, un risultato di un modellamento sociale?

Berlusconi è la versione italiana della libertà liberista, quella che non sopporta vincoli di alcun tipo e di cui abbiamo parlato poco fa. Come a suo tempo ha sottolineato con grande lucidità Antimo Negri la globalizzazione ha fatto vincere l’uomo del Guicciardini, quello che vede nella cura del “particulare” l’orizzonte del proprio mondo. Ma anche qui l’Italia, per le caratteristiche della sua storia, funziona come uno specchio che esaspera un fenomeno che non è solo italiano. L’ascesa del potere del capitale finanziario e lo sviluppo esponenziale del processo di individualizzazione sono fenomeni tra loro strettamente collegati. La politica e lo stato nazionale vengono scavalcati dall’alto e dal basso, e la formidabile espansione del mercato dissolve ogni legame e riesce a penetrare nel cuore delle relazioni sociali. Tutto diventa merce, dal corpo all’immagine, tutto diventa vetrina, si mette in mostra e si offre a chi possiede i mezzi per acquistarla. In questo mondo non esistono più battaglie collettive, ma solo vicende individuali coronate dal successo o accompagnate dalla sconfitta e dallo smarrimento di sé. Si vince o si perde da soli. Tra danaro e individuo, l’ha detto Simmel in pagine memorabili, il nesso è strettissimo, l’uno va avanti parallelamente all’altro. Ma se il meccanismo s’inceppa, se l’individuo inizia a percepire che i suoi problemi difficilmente potranno avere soluzione, se la sua precarietà cresce, è possibile che si riaffacci la coscienza che alcune sofferenze non sono patologie individuali, ma problemi comuni che richiedono azioni collettive.

Eppure nella maggioranza dei popoli europei sopravvive uno spirito democratico e laico. Lo dimostrano i sondaggi sui diversi temi che riguardano i nuovi diritti civili: la parità giuridica delle coppie omosessuali, il diritto all’aborto, all’eutanasia, alla fecondazione assistita. Insomma, consensi sui diritti civili possono arrivare anche da una società atomizzata o sono il segno che le persone continuano ad acquisire nuove ragioni di comunità?

La grammatica dominante nei tempi dell’individuo è quella della libertà e dei diritti individuali. Ma queste battaglie di libertà in una società come la nostra liberano sempre più l’individuo da qualsiasi interferenza da parte degli altri. Il risultato è l’individuo che noi conosciamo: sempre più libero e sempre più solo. Non mi meraviglia per niente che esso faccia fatica a concepire le questioni collettive, che gli sembrino appartenere alla preistoria. Per questo tipo di individuo condurre battaglie di uguaglianza sarà difficile. Ma questo non perché libertà e uguaglianza siano incompatibili, ma perché egli si aggira in un mondo nel quale la regola universale è la concorrenza, anche quella tra gli individui. Nel tempo in cui tutti i lavoratori devono essere in continua concorrenza tra loro l’idea stessa di sindacato diventa inconcepibile. L’homo currens non ha amici o compagni, gli altri sono solo rivali. Ma se la maggioranza degli “individui” diventa sempre più debole è possibile che quegli ”individui” imparino a saldare la loro libertà a quella degli altri, a sentirsi liberi e uguali, liberi insieme agli altri.

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.