La legge sulla fecondazione assistita (la n. 40) piace a pochissimi. Ma nessuno la cambia. La possibilità di rimetterla in discussione è li, ferma, in fondo alla lista delle priorità del Parlamento. Anche se le donne, sempre più donne, continuano a chiedere cambiamenti: nuovi strumenti, più possibilità per diventare madri. Intanto la scienza va avanti. L’ultimo passo: a Riccione (dal 25 al 27 maggio) si è tenuto il convegno “Fertility Italia”, dove sono state discusse le opportunità date dalla crioconservazione. «Si tratta della possibilità di congelare gameti, cioè ovociti e spermatozoi», spiega Maria Elisabetta Coccia, presidente Cecos (Centro per la fecondazione assistita) e professore associato di Ginecologia e Ostetricia dell’università di Firenze. «Gli studi presentati al convegno hanno dimostrato che più del 70 per cento dei gameti sopravvivono allo scongelamento. E possono essere fecondati nel momento in cui il desiderio di maternità può essere realizzato. Questa tecnica è stata studiata per chi sa di dover aspettare molti anni prima di diventare mamma. In Italia l’età della prima gravidanza ha mediamente superato i 32 anni. E sono moltissime le donne che, quando arriva il momento (psicologicamente, economicamente, socialmente) giusto, si scontrano contro i propri limiti biologici». Donne come quelle che hanno scelto di raccontare a Grazia la loro storia. Donne diverse, con un desiderio identico: essere madre. Queste sono le storie che ci hanno inviato.
Sara Costantini: il mio vestito bianco:«HO COMINCIATO A DESIDERARE UN FIGLIO A 35 ANNI. Di colpo, chissà perché. Prima la maternità non era neppure all’ordine del giorno: ero troppo presa a fare e desiderare altro. Era arrivato il momento ed era perfetto: amavo, riamata, l’uomo perfetto, avevo lavoro, casa, nonni a cui affidare un figlio in caso di bisogno, amiche-mamme a cui chiedere aiuto. Ma niente: per due anni niente. È cominciata la danza delle rassicurazioni dei medici: “Si rilassi, signora. Vedrà che arriverà”. Bugiardi. E incompetenti. Due anni buttati via. Avrei dovuto capire subito che dovevo rivolgermi a un centro per la procreazione assistita. Io e mio marito ci siamo arrivati che eravamo quasi al punto di rottura, dopo due anni di prove e fallimenti. E tutto è finito. Ero sola: senza un uomo e senza un bambino. Mi sono detta: mai più. Mai più il desiderio di un figlio. Passavo le sere chiusa in casa a ripensare al sogno che avevo fatto, a 35 anni: ero completamente vestita di bianco ed ero incinta. Quel sogno mi aveva accompagnato tutte le volte che avevo provato ad avere un bambino, a ogni esame, a ogni impianto, a ogni verdetto. Mi presentavo sempre vestita di bianco. Ma niente, niente. Nelle notti di solitudine mi preparavo a essere ancora più sola. E definitivamente. E invece è arrivato un altro amore, un uomo con la mia stessa ferita. Anche lui era sterile. Anche lui aveva perso l’amore. Io avevo 47 anni, lui 49. Non lo sapevamo, ma nostra figlia ci stava già aspettando. L’avevo sognato ed escluso mille volte, nelle notti da sola: l’adozione di un embrione, in Spagna. Adesso il sogno cominciava a farsi concreto, urgente. E tutto, da lì in poi, è successo di corsa. I contatti con un centro romano, le indicazioni sul da farsi e dove andare, gli esami, i controlli e poi il ciclo delle terapie pre-impianto. Una mattina di luglio ho preso un volo (quello definitivo) per Barcellona, all’alba. Con me c’era l’uomo che sarebbe diventato il padre di mia figlia. Ricordo il caffè in aeroporto. E la paura. Poi il ricovero, preparato da tempo, la sedazione, l’impianto. A sera ero a cena con lui, sul mare. Tutto come prima, tutto diverso. Io vestita di bianco. Quando è nata nostra figlia abbiamo deciso di darle due nomi. Il secondo è Carmen, spagnolo. Una lode alla terra e alla donna sconosciuta che ce l’hanno data in dono».
Fara Marabelli: sette anni di attesa. «AVEVO 29 ANNI E VOLEVO UN BAMBINO ma lui non arrivava.Ci ho messo pochissimo a capire che qualcosa non andava. E la scienza ha emesso il suo verdetto: endometriosi. Possibilità di avere un figlio in modo naturale: quasi nessuna. Choc, dolore, depressione. E per reazione mi sono buttata a testa bassa nel percorso della fecondazione assistita. Per sette anni non ho pensato ad altro. Al punto di mettere in crisi il rapporto con mio marito, che non sopportava di vedermi intrappolata nella mia ossessione. Sono finita a Bruxelles, perché lì, dicevano, avrei trovato la scienza esatta che mi avrebbe dato un bambino. E invece mi ha dato un responso: “Finisce qui”, mi ha detto il medico. Finalmente qualcuno aveva trovato il coraggio di dirmi in faccia che non ce l’avrei fatta mai. Dopo ci sono stati i mesi del dolore. E della dolcezza di ritrovare tutto quello che mi ero lasciata alle spalle, compreso mio marito. Insieme, con calma, abbiamo cominciato a parlare di adozione. Sono passati altri mesi e alla fine, nel mio giardino, è fiorito un desiderio nuovo. Quello di un bambino grande. Un bambino nato quando io avevo cominciato a cercarlo. Nato in un’altra pancia. Un bambino che, come me, aveva passato tanti anni ad aspettare. Ho incontrato mia figlia in un orfanotrofio di Sarajevo. E sono diventata madre».
Marina Petruzio: un’anima divisa in due. «NON HO MAI PENSATO A UN FIGLIO FINO A 41 ANNI. Avevo una vita bellissima e dolorosa. Un lavoro nella moda che mi piaceva alla follia e mi faceva vivere di corsa. E un padre malato di Alzheimer, che occupava tutte le mie emozioni e i miei pensieri. Poi papà è morto e il fuoco si è acceso: un figlio, mio figlio. Io e mio marito eravamo d’accordo. E abbiamo cominciato a provarci. Invano: per un paio d’anni. Poi è iniziata la lunga trafila delle visite e dei colloqui. La processione a tappe in centri diversi. L’approdo finale da un medico di Brescia, molto quotato e molto duro. Mi sono seduta alla sua scrivania e mi è arrivata addosso l’onda d’urto delle statistiche. Alla fine di un riassunto allucinante, l’ultimo dato: “Lei ha il 12 per cento delle possibilità di diventare madre. Forse”. E stato lì che ho imparato a dividermi in due: dovevo tenere viva la speranza (il fuoco, appunto) e dovevo cominciare a dare corpo alla rassegnazione. Cuore e testa in direzioni opposte. E io, in mezzo, a tenere a bada tutte e due. Avevo paura di non farcela. E persino di riuscirci: che diritto avevo di evocare un figlio che non arrivava? Avrei voluto avere un medico davanti al quale scoppiare in lacrime. Lui, invece, mi guardava come se fossi un pezzo della classifica del suo studio. Primo tentativo: fallito. Secondo: anche. “Ancora uno e poi basta”, mi ha detto il dottore abbassando ancora il dato delle mie possibilità. L’ho odiato? No, sapevo che stava tenendo sveglia la mia parte razionale, quella che rischiava di annegare nel dolore di non farcela. Ce l’ho fatta. Mio figlio ha sei anni. Terzo tentativo: riuscito. Ero incinta da un mese quando sono andata a fare una visita di controllo: lui ha aperto la porta e, per la prima volta, mi ha sorriso».
LA LEGGE DICE COSÌ La legge 40 che regola gli interventi di fecondazione assistita è stata varata nel 2004. Da allora è in parte mutata grazie all’intervento della Corte europea di Strasburgo e di diversi tribunali italiani. Resta intatto il divieto alla fecondazione eterologa (cioè quello che prevede l’utilizzo di un ovulo o di uno spermatozoo proveniente da un donatore estraneo allaoppia).Via libera invece alla crioconservazione dei gameti (ovociti e spermatozoi) degli embrioni (prima la legge imponeva che tutti gli embrioni prodotti fossero impiantati in utero). In Italia il 2,2% dei bambini nasce grazie ala procreazione assistita.

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.