«No all’omicidio collettivo» «Scandalo è morire in esilio»

«Rispetto alla videotestimonianza di Piera, credo che l’unico scandalo sia quello di leggi che l’hanno costretta a lasciare l’Italia per morire senza soffrire», dice Marco Cappato, tesoriere dell’associazione Luca Coscioni.

«Lo scandalo è quello della morte all’italiana, tra sofferenza, clandestinità e esilio». Il video choc con cui Piera Franchini, 75 anni, mestrina racconta le sue ultime ore prima di entrare nella clinica svizzera dove alla fine di novembre 2012 le è stata praticata l’eutanasia, scatena la polemica sul tema delicatissimo dell’eutanasia che Associazione Coscioni, Uaar, Radicali e altri movimenti chiedono di legalizzare anche in Italia.

«Non ci renderemo complici di un omicidio collettivo. Sponsorizzare l’eutanasia è lucrare sul male altrui», ha sentenziato Maurizio Gasparri, senatore del Pdl e vicepresidente di Palazzo Madama. «Quel video genera angoscia e smarrimento», denuncia l’associazione Scienza e Vita che definisce «scoraggiante» il tentativo di strumentalizzare il dolore. «Non si può spettacolarizzare il dolore per fini ideologici», dice l’associazione. E il senatore Udc Antonio De Poli attacca: «Rispettiamo il dolore di chi soffre ma non si può disprezzare il valore della vita fino a banalizzarlo, rappresentandolo con un semplice bicchiere d’acqua che si porta via il dono più bello che abbiamo».

Le polemiche, insomma, accompagnano, la prima giornata nazionale di mobilitazione per sostenere la proposta di legge per l’eutanasia legale. Obiettivo, 50 mila firme entro settembre. Le parole di Piera, quel «a chi giova tutta questa sofferenza?», rimbombano nelle coscienze. A ieri sono state già diecimila le firme raccolte. Abbiamo chiesto un parere a Massimo Donà, filosofo e musicista jazz, veneziano, che ha studiato con Emanuele Severino e ha collaborato con Massimo Cacciari. La sua, spiega, è una valutazione «non partigiana su una questione delicatissima».

«La storia della civiltà occidentale, al di là delle religioni, ci ha portato a pensare che noi esseri umani, in quanto dotati di logos, siamo liberi. Un pesce che mangia un altro pesce, in quanto non libero, non è giudicabile. Secondo questa logica, quindi», dice Massimo Donà da Crema, dove si trova per il locale festival della filosofia, «non ci sono ambiti non leciti e questo vale anche per l’eutanasia. Se non fossimo liberi cambierebbe tutto, ma si parte dall’assunto generale che siamo liberi e la prima applicazione della libertà, se non può esprimersi nel nascere, che non decidiamo noi, lo fa ovviamente nel morire. Quindi io non sostengo qui se l’eutanasia è giusta ma chiedo che coloro che la ritengono ingiusta mi spieghino i solidi principi su cui poggiano il principio secondo cui questa è una azione sbagliata». Poi Donà prosegue: «Se invece ci sono azioni non lecite vuol dire che non siamo liberi».

E continua: «Sempre all’interno del concetto di libertà, se serve una legittimazione, si faccia una legge. Qualcuno può obiettare che è meglio che non sia una legge a legittimare questa libertà, trasformando il fatto in un diritto», continua Donà. «Potrebbero dirmi: rubare è un fatto come l’eutanasia, ma non si legittima il furto. Io rispondo: la legge che vieta il furto non è meno problematica dell’eutanasia. Perché, in un ragionamento filosofico, rubare è considerato reato ma anche il guadagno da una proprietà potrebbe configurarsi come un furto. Io acquisisco il titolo, la proprietà di qualcosa che potrebbe andare ad altri e lo sottraggo agli altri. Tolgo agli altri la possibilità di averlo. Insomma, l’eutanasia è tema non meno complicato del furto e io penso che una legge serve. Proprio per rispettare quel principio secondo cui siamo tutti liberi».