La famiglia Costa-Pavan ha vinto, il dossier italiano sulla procreazione assistita deve essere riaperto. La coppia, fertile e in dolce attesa, s’è vista proibire la diagnosi prenatale dell’embrione, chiesta per verificare la presenza d’una malattia ereditaria di cui i due sono portatori. Per questo, sono ricorsi alla Corte europea dei diritti umani, tribunale del Consiglio d’Europa, contro la legge 40/2004 che regola le gravidanze medicalmente assistite. I magistrati di Strasburgo hanno dato loro ragione. Due volte: a fine agosto, con un pronunciamento formale; e ieri, bocciando l’appello della Repubblica italiana. La decisione delle toghe europee rende definitiva la sentenza emessa la scorsa estate. Di fatto suggerisce l’eliminazione di ogni ostacolo alla procreazione assistita, nonché alle diagnosi preimpianto per le coppie affette o portatrici sane di malattie genetiche. In agosto, la Corte aveva sancito «l’incoerenza del sistema legislativo italiano in materia di diagnosi preimpianto». Ora ha respinto la richiesta delle autorità italiane, basata a suo modo di vedere su appunti procedurali e non di merito. Un passo indietro. Nel 2006 i due coniugi hanno avuto una bambina affetta da fibrosi cistica: allora hanno scoperto di essere portatori sani della malattia, che si trasmette in un caso su quattro. Quando la donna ha intrapreso una nuova gravidanza, nel 2010, si è sottoposta alla diagnosi prenatale con esito positivo: di conseguenza, ha deciso di abortire. La coppia vorrebbe adesso un altro bambino, con la fecondazione in vitro per assicurarsi la certezza della sua sanità, cosa che si può avere con lo screening. Ma ciò è vietato però dalla legge 40, che riserva la pratica alle coppie sterili, o a quelle in cui il partner maschile abbia una malattia sessualmente tra-smissibile, ad esempio l’Aids. Per tutta risposta, i Costa-Pavan si sono rivolti a Strasburgo, asserendo che la normativa italiana viola il diritto alla vita privata (e familiare), e crea una discriminazione rispetto alle altre coppie. La Corte ha bocciato in agosto gli articoli 13 e 4 della legge 40. Il primo è quello che vieta «qualsiasi sperimentazione su embrione umano». Il secondo prescrive che «il ricorso alle tecniche di procreazione medical-mente assistita è circoscritto ai casi di sterilità, odi infertilità in- spiegate, documentate da atto medico, nonché ai casi di sterilità odi infertilità da causa accertata e certificata da atto medico». Bocciando il ricorso italiano, Strasburgo invita a riscrivere la legge. Anche perché, si sottolinea, il ricorso alla fertilizzazione in vitro (e quindi allo screening) è ammesso in quindici Paesi europei. Mentre in Europa il divieto della diagnosi preimpianto è previsto solo in Italia, Austria e Svizzera. Molteplici le reazioni. L’associazione Luca Coscioni, difensore della coppia Costa/Pavan, parla di «una vittoria della cultura laica e un’affermazione dei diritti delle persone che vorrebbero avere un figlio». Chiede all’Italia di adeguarsi al più presto. Antonio Palagiano, Presidente della Commissione d’inchiesta sugli errori in campo sanitario (candidato di Rivoluzione Civile), ritiene che «sia la fine della legge 40». Nichi Vendola, presidente di Sel, ha criticato la legge, «oscurantista». Mentre più voci del Pd chiedono la revisione totale della norma, il Pdl è manifestamente contro.

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.