Diritti sospesi dei bambini nati da gravidanza per altri: la Cassazione porta il caso alle Sezioni Unite

Francesca Re

Qualche settimana fa abbiamo raccontato la storia di un bambino di sei anni, in Puglia, che attende ancora la trascrizione completa del proprio certificato di nascita formato all’estero, dove  è nato a seguito di una procedura di fecondazione assistita con gravidanza per altri (GPA). Una storia che non è un caso isolato, ma che racconta una discriminazione che colpisce molti bambini nati all’estero attraverso percorsi legali di gravidanza per altri.

Ma nei giorni scorsi la Prima Sezione civile della Corte di Cassazione ha adottato un’ordinanza interlocutoria che potrebbe segnare un punto di svolta: ha infatti rimesso la questione alle Sezioni Unite, riconoscendone la “particolare importanza” e ponendo al centro i diritti fondamentali dei minori coinvolti.

Il punto chiave è chiaro: i giudici mettono in discussione l’idea che il solo ricorso alla gravidanza per altri – anche quando avvenuta in Paesi dove è legale – possa giustificare la compressione dei diritti del bambino. Il bilanciamento tra ordine pubblico e diritti fondamentali non può tradursi in una penalizzazione del minore.

L’ordinanza evidenzia infatti come l’attuale soluzione – l’adozione in casi particolari – non garantisca una tutela piena. In particolare, non consente al bambino di ottenere autonomamente il riconoscimento del rapporto genitoriale e lascia tutto alla volontà dell’adulto, creando situazioni di incertezza e vulnerabilità.

Ma c’è un passaggio ancora più rilevante. La Cassazione richiama esplicitamente il principio secondo cui il giudizio sulla condotta dei genitori non può ricadere sui figli. È lo stesso principio che, in passato, ha portato al superamento del divieto di riconoscimento dei figli nati da incesto: anche in quel caso, una condotta ritenuta illecita non poteva giustificare la negazione dello status filiationis. Il messaggio è forte: i bambini non possono essere discriminati per il modo in cui sono venuti al mondo.

Per questo la Corte apre alla possibilità di un diverso modello, fondato su un accertamento giudiziale concreto, proprio come oggi avviene per i figli nati da incesto, capace di garantire il superiore interesse del minore e il principio di uguaglianza tra tutti i figli. Un modello che potrebbe finalmente colmare il vuoto di tutela oggi esistente.

Ora la parola passa alle Sezioni Unite. Da quella decisione dipenderà se il nostro paese continuerà a lasciare questi bambini in una zona grigia, privati di diritti fondamentali come il pieno riconoscimento del rapporto genitoriale, oppure se verrà finalmente affermato un principio semplice ma decisivo: i diritti dei figli sono inviolabili, sempre.

Re Francesca

Avvocata, dottore di ricerca in Diritto pubblico e consigliera generale dell’Associazione Luca Coscioni.