Chi era Monia

Monia aveva 52 anni, viveva ad Ancona ed era madre di due figlie.

Alla fine del 2020 aveva iniziato ad avvertire i primi sintomi della sclerosi laterale amiotrofica, tra cui frequenti crampi agli arti inferiori. La diagnosi di SLA era arrivata nel maggio 2022, cambiando radicalmente ogni aspetto della sua vita: il lavoro, le relazioni, gli affetti e le più semplici attività quotidiane.

Con il progredire della malattia, Monia aveva perso in modo irreversibile la propria autonomia. Nel 2023 non riusciva più a camminare senza assistenza. Nel gennaio 2024 erano comparse difficoltà nel parlare e nel deglutire. Nei mesi successivi aveva perso completamente l’uso degli arti, con la sola eccezione della mano destra.

Dipendeva interamente dall’assistenza di altre persone per mangiare, assumere le numerose terapie farmacologiche, curare la propria igiene e compiere qualsiasi spostamento, possibile soltanto in carrozzina. Utilizzava una macchina della tosse per prevenire le crisi respiratorie e, durante la notte, aveva bisogno della ventilazione meccanica.

La sua caregiver principale era la figlia maggiore.

La scelta di Monia

Monia era pienamente consapevole dell’irreversibilità e della rapida progressione della malattia. Le sue sofferenze erano diventate per lei intollerabili.

Per questo, nell’aprile 2024, aveva presentato all’Azienda sanitaria territoriale di Ancona la richiesta di verifica delle condizioni per accedere al suicidio medicalmente assistito (sentenza 242/2019), chiedendo che fossero verificate le condizioni indicate dalla Corte costituzionale nella cosiddetta sentenza Cappato.

Monia non voleva che altri decidessero per lei. 

Chiedeva di poter conoscere l’esito della procedura prevista dall’ordinamento e, in presenza dei requisiti, di poter scegliere liberamente come e quando porre fine alle proprie sofferenze.

Una procedura durata 19 mesi

Dopo la richiesta, per quasi un anno l’azienda sanitaria non aveva attivato e concluso la procedura di verifica.

Monia e sua figlia si erano quindi rivolte all’Associazione Luca Coscioni. Nel gennaio 2025, con l’assistenza del collegio legale* dell’Associazione, Monia aveva inviato una lettera di messa in mora e una diffida, chiedendo l’immediato avvio della verifica delle proprie condizioni.

Nel marzo 2025 era stata redatta una relazione finale, che tuttavia non era stata trasmessa a Monia. Per ottenere il completamento della procedura erano stati necessari nuovi solleciti e ulteriori diffide legali.

Nel maggio 2025, mentre le sue condizioni continuavano a peggiorare, Monia aveva nuovamente chiesto all’azienda sanitaria di concludere la procedura.

Solo nel giugno 2025 le era stato comunicato un esito negativo. Secondo la commissione, Monia non sarebbe stata mantenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale, nonostante la necessità di assistenza continuativa, le terapie farmacologiche, l’utilizzo della ventilazione artificiale notturna e della macchina della tosse.

Questa valutazione, secondo i suoi legali, era in contrasto con l’interpretazione del requisito dei trattamenti di sostegno vitale fornita dalla Corte costituzionale nelle sentenze n. 135 del 2024 e n. 66 del 2025. Neppure in quel momento la relazione finale era stata consegnata. 

Monia riuscì a riceverla soltanto il 1° luglio 2025, dopo un’ulteriore diffida.

L’11 luglio i suoi legali contestarono formalmente la decisione e chiesero all’azienda sanitaria di modificare la relazione, riconoscendo la presenza del requisito del trattamento di sostegno vitale.  L’azienda sanitaria respinse anche questa richiesta.

Il ricorso al Tribunale

Nel settembre 2025 Monia fu costretta a rivolgersi al Tribunale di Ancona con un ricorso d’urgenza. Chiedeva che l’azienda sanitaria fosse obbligata a rivalutare le sue condizioni nel rispetto delle sentenze della Corte costituzionale e a portare finalmente a termine la procedura.

La prima udienza venne fissata per il 20 novembre 2025. Monia, però, non riuscì ad arrivare a quella data. Il 9 novembre 2025 morì a causa di una grave crisi respiratoria: esattamente nel modo in cui temeva e in cui non avrebbe voluto morire.

Diciannove mesi senza una risposta effettiva

Dalla prima richiesta di verifica, presentata nell’aprile 2024, alla morte di Monia trascorsero 19 mesi.

Diciannove mesi di sofferenze e di progressivo aggravamento della malattia.

Diciannove mesi di attese, solleciti, diffide e procedure incomplete.

Diciannove mesi durante i quali Monia aveva continuato a sperare di ottenere una risposta che le permettesse di decidere autonomamente della propria vita e della propria morte.

Quella risposta non arrivò in tempo.

Monia chiedeva di non essere costretta a morire tra sofferenze che considerava intollerabili. Chiedeva che fossero rispettate la sua volontà, la sua libertà di scelta e le procedure stabilite dalla Corte costituzionale.

È morta senza poter esercitare quella libertà, a seguito della crisi respiratoria che più temeva.


*Il collegio di studio e difesa di Monia era composto dagli avvocati Filomena Gallo, Francesca Re, Angioletto Calandrini e Alessia Cicatelli

— ultimo aggiornamento: 8 settembre 2026 —