Utero in affitto: Italia fuorilegge

Cronache del Garantista
Filomena Gallo

Ancora una volta è la  Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ad intervenire su una lacuna legislativa del nostro ordinamento: ieri ha stabilito con una sentenza che le autorità italiane hanno illecitamente violato il diritto di rispetto della vita familiare nel sottrarre a una coppia di cittadini italiani un minore di cui erano stati riconosciuti legalmente genitori in Russia dopo la stipulazione di un contratto con una madre surrogata. Tale contratto di utero in affitto è  legale in Russia.

Ma in Italia il minore è stato allontanato  dalla coppia di genitori, che ovviamente non avevano svolto alcuna pratica per l’adozione del bambino, visto che ne erano genitori a tutti gli effetti in Russia. L’Italia non ha dimostrato alla Corte  che l’allontanamento del bambino dalla coppia era necessario.

La decisione dei giudici di Strasburgo afferma la tutela dell’interesse del bambino in una situazione dai contorni indefiniti a livello normativo in Italia. Il giudice italiano Guido Raimondi, vice presidente della Corte europea dei Diritti dell’Uomo, e l’islandese Robert Spano, hanno espresso voto contrario, con motivazioni che evidenziano quanto ci sia esigenza di un intervento normativo:

secondo loro la decisione nega agli Stati la possibilità di non riconoscere legalmente la maternità. Di fatto ci troviamo in una situazione di incertezza legislativa.

In Europa, esistono legislazioni che permettono la pratica dell’utero surrogato regolato per legge e disciplinato in maniera del tutto legale, a differenza dell’Italia. La legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita, infatti, prescrive all’art. 12 comma 6 che  “ Chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità è punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 600.000 a un milione di euro.”  L’art. 12 comma 6 risulta una norma attaccabile, perché scritta male. Da una parte, infatti, non è chiara sul se la surrogazione di maternità sia vietata sempre o solo se sia “commerciale” e ciò per il collegamento con la commercializzazione di cui parla la parte precedente della frase, dall’altra non fornisce una definizione della surrogazione, il che non è accettabile per un precetto penale, che non può essere generico, ma deve essere preciso e circostanziato. Inoltre, esso viola diritti costituzionalmente garantiti (salute, uguaglianza – secondo comma art. 3, famiglia). Il principio di determinatezza dell’illecito penale è stato oggetto di alcuni ricorsi alla Consulta. Ad esempio, si è sostenuta l’indeterminatezza del precetto penale in relazione alla formula di legge che contempla il comune sentimento della morale (Vedi ord. Corte Cost. 92 del 2002). Ritengo perciò che vi siano i presupposti per un ricorso al giudice italiano, eccependo l’incostituzionalità, qualora un Centro italiano si rifiutasse di effettuare la pratica della surrogazione.Tuttavia, la stessa legge 40 prevede che i figli nati da tecniche vietate nel nostro Stato siano considerati figli legittimi della coppia.  Bisogna poi ricordare che nel 2000 il Tribunale di Roma ha autorizzato un utero surrogato  se applicato su base solidale senza commercializzazione del corpo o di parti di esso nel pieno rispetto delle norme in vigore nel nostro Paese e delle norme comunitarie. Oggi quindi molte coppie si recano all’estero per avere un figlio e nell’agosto 2011 il Ministero degli Esteri ha diffuso un documento destinato alle ambasciate italiane il quale forniva indicazioni precise sul comportamento che il funzionario consolare dovesse assumere in presenza di una sospetta maternità surrogata. Il documento afferma letteralmente che in presenza di atti di nascita formalmente validi, il funzionario consolare sebbene a conoscenza del fatto che la nascita aderivi da maternità surrogata, deve accettare gli atti e inoltrarli al Comune competente dando tuttavia nel contempo opportuna informazione delle particolari circostanza della nascita al Comune e alla procura della Repubblica. Sono stati davvero pochi i casi in cui il neonato è stato sottratto alla custodia dei genitori.

I controlli nei momenti delle trascrizioni degli atti di nascita se pur leciti non possono certo  tradursi in una intromissione nella vita delle coppie fino alla sottrazione del minore, che potrebbe subire danni in una delle fasi più importante della vita.

Il Parlamento italiano non può non tenere conto di questa fattispecie  che determina diversi interventi dei tribunali e ricorsi in sede europea. Occorre legiferare per dare certezza del diritto per le coppie e i bambini e scongiurare situazioni illegali che attualmente potrebbero configurarsi in base ai divieti  della legge 40.

 

Il Governo Italiano non dovrebbe presentare ricorso avverso la sentenza dinanzi alla Grande Chambre,   ma  invece agire per garantire tutele alle coppie che hanno bisogno di accedere alla tecnica e ai nati da queste tecniche; non si attenda un nuovo dubbio di costituzionalità della legge 40. La responsabilità del Parlamento per fatti di tale portata deve determinare un intervento immediato nel rispetto dei principi costituzionali.