Staminali «italiane», 15 milioni di buoni motivi

Elena Pasquini

Staminali Se la rigenerazione dei tessuti rappresenta il futuro della medicina, studiare le cellule staminali adulte diventa un imperativo che la ricerca italiana non può mancare. Il rischio, però, è sempre quello di dover fare i conti con risorse estremamente scarse, in un paese dove la spesa in ricerca è solo l’1% del Pil. Una boccata di ossigeno per le università italiane arriva ora dalla Fondazione Roma, che ha scelto tredici progetti di eccellenza in ambito biomedico cui destinare 15 milioni euro,

7.5 solo all’Università La Sapienza di Roma: «Una cifra non distante da quanto La Sapienza può mettere a disposizione delle sue facoltà per la ricerca», spiega Mario Stefanini, ordinario di Istologia ed embriologia. Cinque i gruppi di ricerca che si concentreranno sulla terapia cellulare e sulla medicina rigenerativa (ma saranno finanziati anche progetti che studieranno i «meccanismi di malattia e le complicanze macrovascolari del diabete mellito di tipo 2» o che contribuiranno allo sviluppo di nuovi farmaci contro patologie infettive umane e animali, «specialmente quelle più frequenti nei paesi in via di sviluppo», o «miranti a trattare malattie relativamente rare»). Vediamoli. oltre 2 milioni di euro andranno al gruppo guidato da Giuseppe Novelli, dell’Università di Roma Tor Vergata, il cui obiettivo è sviluppare approcci sperimentali basati sull’impiego di cellule staminali autologhe per il trattamento di alcune malattie genetiche tuttora incurabili, come l’atrofia muscolare spinale, la distrofia muscolare, la displasia fibrosa e la granulomatosa cronica.

Fondi che serviranno anche per creare un «consorzio di laboratori romani che, lavorando su tematiche comuni, permetta uno scambio di conoscenze e nuove tecnologie». Alla medicina rigenerativa la Fondazione Roma guarda già da tempo avendo finanziato la Banca di cellule staminali da cordone dell’Università Cattolica di Roma e alcuni progetti condotti da diverse facoltà mediche romane, per la quale il gruppo di Stefano de Castro della Sapienza potrà contare su 1 milione di euro: due anni per mettere a punto un «protocollo diagnostico per valutare in tempo reale gli effetti della terapia rigenerativa per la cardiopatia ischemica». Quasi 900 mila, invece, gli euro a disposizione dell`unità di Stefano Bonini del Campus Biomedico di Roma per studiare l’Nfg, il fattore di crescita dei nervi, con l’obiettivo di capire il ruolo che svolge «nella proliferazione, differenziazione e attivazione delle cellule staminali epiteliali della superficie oculare». Un progetto che vede coinvolta anche l’Università di Reggio Emilia e che mira a «sviluppare opzioni terapeutiche per condizioni relegate fino a questo momento ad approcci solo chirurgici». E ancora: studieranno i processi di rigenerazione e differenziazione delle cellule staminali, isolando e analizzando quelle di origine neuronale ed ematopoietica, ricercatori coordinati da Lucia Di Marcotullio, della Sapienza: «Da questo progetto sono attesi importanti risultati» e «strategie terapeutiche innovative delle malattie degenerative, post-traumatiche e malformative».

Sempre nell’ateneo romano il gruppo di Marco Salvetti indagherà i composti in grado di promuovere la ri-mielinizzazione, per affrontare patologie come la sclerosi multipla e le leucodistrofie per le quali «non esistono reali prospettive di miglioramento per persone con disabilità più o meno avanzate». Tutti questi progetti, spiegano dalla Fondazione Roma, sono stati scelti attraverso il sistema del «peer review», ovvero grazie dapprima a una commissione scientifica in cui «ciascun membro ha dichiarato l’assenza di conflitto di interessi con i ricercatori», poi mediante le valutazioni «di tre revisori non scientificamente attivi in Italia». Obiettivo: «Dare rinnovato slancio al settore della ricerca biomedica nazionale – spiega Emmanuele Francesco Maria Emanuele, presidente della Fondazione -, indicato da tutti tra quelli più importanti per migliorare la qualità e la quantità di vita della gente. Ma anche coniugare merito, trasparenza, autonomia e indipendenza di valutazione, in modo da lasciare spazio solo ai progetti e alle menti più qualificati. Se un gruppo di giovani ricercatori italiani ha un buon progetto deve poterlo sottoporre alla comunità scientifica, esigendo di essere giudicato sul merito e partendo con pari chance di successo. La Fondazione Roma con questa iniziativa diviene una delle principali istituzioni private finanziatrici della ricerca di eccellenza in Italia».