“Morire senza dolore è diritto del malato”, il fine vita ordinato dal giudice alla Asl

Foto di Walter Piludu

«È un diritto rifiutare le cure e andarsene senza soffrire: sedati per non sentire ansia o dolore». E chi deve garantire una fine dignitosa, «accompagnando e accudendo il malato», è il servizio sanitario nazionale.

La sentenza arriva dal tribunale di Cagliari dove il giudice tutelare Maria Luisa Delitala ha accolto la richiesta di un malato di sla di vedersi interrotto ogni trattamento, nutrizione e ventilazione, e morire. Non solo, ha invitato i medici a sedarlo aprendo, secondo alcuni, alla possibilità di andarsene serenamente dormendo a tutti i malati terminali che rinunciano alle cure, come avviene in Francia.

Lui sí chiamava Walter Piludu. Ex presidente Pci della provincia di Cagliari aveva avuto una vita segnata da impegno politico e civile, tra passioni musicali e viaggi, fino a quando la malattia neurologica non lo aveva imprigionato limitandogli gli spazi, non l’animo battagliero.

«Io non ho manie suicide, gli occhi di mia moglie, il sorriso di mia figlia, l’affetto di sorelle e amici mi tengono attaccato alla vita nonostante le asprezze di giornate tra tubi nella pancia per nutrirmi e il respiratore. Il mio corpo è immobile, ho solo lo sguardo per comunicare. Vorrei poter decidere io quando andarmene e morire accanto alle persone che amo, senza emigrare in Svizzera. Perché la vita non può essere una prigione, c’è un diritto di dignità e di libertà», scriveva l’anno scorso a Repubblica col puntatore ottico.

Un diritto riconosciuto da questa sentenza. Piludu è morto un mese fa. Se n’è andato dormendo accanto ai suoi affetti. I medici, dopo averlo sedato, gli hanno staccato la nutrizione, il respiratore. Lo hanno fatto su ordine della giudice Delitala e così non ci sono state accuse di omicidio del consenziente, come accadde dieci anni fa all’anestesista Riccio che addormentò Welby prima di spegnere il respiratore.

Ma cosa dice la sentenza? «Ha ragione Piludu di pretendere dai sanitari il distacco dei presidi medici compresa la ventilazione assistita», scrive il magistrato. E motiva il suo sì, indicando «l’interruzione del sostegno artificiale previa sedazione», con leggi, costituzione, sentenze. Parlando di salute che non è solo «assenza di malattia, ma benessere psico fisico, che coinvolge la percezione che ciascuno ha di sé, aspetti interiori della vita e la relazione con altri».

Il giudice accoglie il ricorso perché la Costituzione «tutela il diritto alla salute e anche quello ad autodeterminarsi, a scegliere se fare o meno un trattamento sanitario». Cita il consenso informato «in base al quale sí può rinunciare alle cure anche se questo porta alla morte». E aggiunge che «il rifiuto può essere esteso ai trattamenti vitali perché per legge non si possono imporre cure».

Il tribunale ricorda poi come la Cassazione abbia specificato che tutto questo «non è eutanasia, ma la scelta di lasciare che la malattia faccia il suo corso». E alla fine, a mo’ di monito, il giudice segnala ai medici la decisione di aprile del Tar lombardo che condanna la Regione per non aver eseguito la sentenza che imponeva di staccare dalle macchine Eluana Englaro, in coma da 17 anni.

«Questa sentenza è una rivoluzione perché ordina alla Asl, dice che è il sistema sanitario nazionale deve rispondere alle richieste che verranno dai malati. E senza bisogno che intervenga un giudice». Marco Cappato dell’Associazione Coscioni che ha seguito la storia di Welby e ha accompagnato Piludu nella sua battaglia legale, poi aggiunge: «Ci vorrebbe una circolare del ministero in modo che tutte le Asl si comportino in modo uguale e la possibilità di andarsene sedati sia data a tutti. Altrimenti c’è, come ora, discriminazione tra chi ha conoscenze, soldi per gli avvocati e chi no».

È una sentenza che pesa visto che in questi giorni in Parlamento la commissione sta lavorando ad un testo unico sul testamento biologico. «Sarà una buona legge solo se servirà a garantire la sedazione anche per chi non è attaccato ad una macchina o un respiratore, seguendo il modello francese. Altrimenti è solo un passo indietro», insiste Cappato. «In dieci anni di inerzia parlamentare le sentenze hanno cambiato la situazione. Quattro quelle fondamentali: la sentenza che ha assolto Riccio per la seriazione di Welby, la Cassazione che autorizza a staccare le macchine ad Eluana, il Tar che condanna la regione Lombardia per non averlo fatto. E infine questa che fa un passo avanti: ordina alla Asl di staccare respiratori e terapie prevedendo anche la sedazione».

Matteo Mainardi (1989) lavora con l’Associazione Luca Coscioni dal 2013. Dopo un’esperienza di due anni come coordinatore delle associazioni territoriali per il movimento Radicali Italiani, dal gennaio 2013 coordina il comitato Eutanasia Legale. Nel 2016 ha organizzato e seguito la raccolta firme per la legge di iniziativa popolare Legalizziamo!. E’ laureato in Scienze politiche e delle organizzazioni con una tesi sul rapporto tra “Stato liberaldemocratico e libertà di ricerca scientifica” all’Università di Bologna. Con la casa editrice Giappichelli ha pubblicato il volume “Testamento biologico e consenso informato“.