La ricerca contro il cancro costretta a pagare l’Imu

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Corriere della Sera
Gian Antonio Stella

«Ma che razza di regole sono?». Quando Silvio Garattini ha letto della Città della Speranza costretta a pagare 89.400 euro di Imu tolti agli studi sulle leucemie infantili, non ha potuto trattenere un moccolo di sconforto: il «suo» Istituto Mario Negri, baluardo della guerra al cancro, di euro ne ha dovuti versare 360 mila. Allo stesso Stato che non gli restituisce 10 milioni di Iva. C’è poi da stupirsi se siamo trentaseiesimi al mondo nella ricerca scientifica? Non si tratta, purtroppo, di errori burocratici. Non era una svista la pretesa di tutti quei soldi dalla Torre della ricerca padovana costruita grazie alla generosità di tanti cittadini e destinata a essere il cuore (totalmente non-profit) della lotta alle malattie dei bambini. Non è una svista l’Imu di 30 mila euro imposta all’Airc, l’associazione italiana per la ricerca sul cancro per la sua sede centrale e di circa Zoo mila alla Firc (la fondazione sorella dell’Airc) per gli immobili ricevuti in dono e non ancora venduti per recuperare i soldi necessari a finanziare i progetti di centinaia di ricercatori. Non è una svista la tassa di 36.200 euro reclamata dall’Ircc (l’Istituto per la ricerca e la cura del cancro) di Candiolo, punto di riferimento non solo dei torinesi ma di tantissimi italiani costretti ai viaggi della speranza. Come non è una svista la stessa Imu richiesta a tante altre strutture simili. La sgradevolissima sorpresa, inattesa anche per le dimensioni del salasso, dovrebbe spingere tutti coloro che fra poche settimane si daranno battaglia per entrare in Parlamento a farsi un nodo al fazzoletto: il primo impegno deve essere sulla ricerca. Punto di partenza, la modifica immediata della «lettera i) comma i, dell’articolo 7 del decreto legislativo 504 del 1992» che riconosce l’esenzione dall’Ici, poi trasferita con il copia-incolla nelle regole dell’Imu, agli immobili dedicati «esclusivamente allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive, nonché delle attività di cui all’articolo 16, lettera a), della legge 20 maggio 1985». Che in quasi 28 anni nessuno si sia preso la briga di inserire la ricerca tra i settori non-profit di essenziale interesse pubblico è indecente. Ancora più indecoroso se mettiamo a confronto le due facce con cui lo Stato si presenta. Rigidissimo nell’esigere la puntualità su ciò che deve avere, pigro fino alla morosità nel rispettare i tempi su ciò che deve dare. Come nel caso dell’Istituto «Mario Negri» di Milano. Nato mezzo secolo fa grazie a una donazione dell’omonimo benefattore insieme con la fondazione, prima in Italia a essere interamente dedicata alla ricerca biomedica. Partirono in 22, con Silvio Garattini: adesso sono 85o. Concentrati in tre sedi a Milano (30 mila metri quadri di laboratori, uffici, stabulari e residence per ricercatori, costato 70 milioni, 20 dei quali raccolti con donazioni private e 50 di mutuo), a Bergamo (6.000 metri quadri, 20 milioni di spesa) e nella vicina Ranica, in un edificio donato dalla San Paolo Torino e riadattato grazie a una donazione privata della famiglia di Aldo e Celeste Daccò, che avevano solo il cognome casualmente in comune col protagonista dello scandalo della sanità lombarda. Pochi numeri dicono tutto: 11 mila pubblicazioni in riviste scientifiche internazionali, 3 mila specialisti formati nell’arco di alcune decine di anni, una produzione formidabile di progetti di ricerca in particolare nei settori cardiovascolari, psichiatrici, neurologici, tumorali… A farla corta, una realtà utile quanto l’ossigeno in un Paese come il nostro così poco attento e generoso nei confronti di chi spende la propria vita nei laboratori: li 40% del nostro bilancio  viene da gare che vinciamo per fare ricerca», spiega Garattini, «e proprio perché non abbiamo fini di lucro al punto che non brevettiamo nulla e mettiamo tutti i risultati a disposizione della comunità scientifica internazionale, non accettiamo incarichi che superino il 1o% del nostro bilancio». Fatto sta che lo Stato, nella sua cecità burocratica, ha imposto all’Istituto, nonostante supplisca a tanti vuoti del settore pubblico, un’Iva al 10% sulla costruzione delle due sedi milanese e bergamasca inaugurate nel 2007 e 2010, e univa addirittura al 20% su arredamenti e attrezzature comprate non per ingentilire gli ambienti ma per combattere la guerra quotidiana contro i tumori. Sono una decina, come dicevamo, i milioni di euro di Iva che devono essere restituiti al «Mario Negri». Dei quali quattro, spiega Garattini, già certificati dal ministero: «Ci potremmo pagare un sacco di borse di studio. Macché. Non riusciamo ad averli». Al contrario, i 36o mila euro di Imu hanno dovuto versarli nei tempi stabiliti. Una brutta storia. Che non fa onore a chi non ha corretto la legge. E che conferma l’umiliante disinteresse per la ricerca che emerge dall’«An-nuario scienza e società 20130, a cura di Federico Neresini e Andrea Lorenzet, che sta per essere pubblicato dal Mulino. Basti dire che, nonostante i nostri scienziati siano tra i migliori d’Europa (quarto posto dopo Regno Unito, Germania e Francia con 23 progetti di ricerca finanziati dallo European Research Council) e siano ottavi nella classifica mondiale delle pubblicazioni scientifiche nel decennio 2001-2011, l’Italia investe in questo settore con un’avarizia che sconcerta. Ogni 1.000 occupati, nel settore pubblico e privato insieme, i ricercatori sono 17 in Finlandia e in Islanda, 12,6 in Danimarca, 12,4 in Nuova Zelanda, 11,1 in Corea, 9,5 negli Stati Uniti, 9,1 in Francia, 8,5 in Germania, 6,3 in Russia e 4,3 da noi. Vale a dire che, sprofondati al 332 posto, arranchiamo poco sopra la metà della media (7,0) dell’Europa a 27 e ci spezza le reni, per dirla mussolinianamente, perfino la Grecia. Ancora più sotto, al 36 posto, inaccettabile per un Paese che si vanta di essere (sia pure ammaccato) tra i primi al mondo, stiamo nella classifica degli stanziamenti rispetto al prodotto interno lordo. Investe nella ricerca il 3,5% del suo pil Israele, il 2,8% la Corea del sud, il 2,7% la Finlandia e giù giù a scendere troviamo all’1,9% la Germania, all’1,6% la media dei paesi Ocse, all’1,4% la Francia, all’1,2 la media europea. Noi siamo allo 0,7%. Appena davanti alla Nuova Zelanda, al Sud Africa e alla Turchia. Proprio un figurone.