Intervista a Elena Cattaneo: “Test impossibile senza le prove”

Il Sole 24 Ore Sanità
B. Gob.

La sperimentazione prevista dalla legge è destinata a non partire, per il semplice fatto che il metodo Vannoni non può essere «mostrato». Ne è convinta Elena Cattaneo, direttore del centro UniStem dell’Università di Milano.

Quindi i 3 milioni stanziati dal Parlamento per testare il metodo non saranno utilizzati? Per agire secondo le regole il metodo Vannoni deve essere “mostrato”: si deve dire quali cellule vengono impiegate, quante ne sono state isolate, quante volte è stato ripetuto l’esperimento. E dimostrare che ogni volta che le cellule vengono trattate nel modo “truce” enunciato da Vannoni, cioè esponendole ad alcol, non solo sopravvivono ma si trasformano anche in neuroni. Noi sappiamo che tutto ciò non accade: gli stessi uffici brevetti americani hanno affermato che nell’ intero procedimento Stamina non c’è nulla di simile a un neurone o a un metodo scientifico. Quest’ultimo, perché sia tale, deve essere stato replicato almeno 20 volte con gli stessi risultati, trascritti nero su bianco in una relazione dettagliata. Il metodo Stamina è privo di questi requisiti. Ma se Vannoni ha da qualche parte la documentazione opportuna e per qualche motivo non l’ha mai presentata, ora la legge gli dà la possibilità di mostrare le carte.

Quindi la legge che gli scienziati hanno tanto contestato riuscirà almeno a fare chiarezza? Questa è senz’altro una nota positiva del provvedimento, a cui si è arrivati dopo la coraggiosa operazione-verità compiuta prima dalla commissione Affari sociali e poi dall’Aula della Camera, che hanno scongiurato il “rischio far west” stralciando quel comma 2 bis introdotto in prima lettura al Senato, che ammetteva al metodo Vannoni tutti i malati rari. Un pericolo enorme, che avrebbe aperto in Europa un varco a tutti i mercanti di terapie fasulle basate su staminali fuori dalle regole. I deputati hanno fatto un lavoro serio, sentendo in audizione sia la comunità scientifica che Vannoni e Andolina. La chiave di volta, poi, è stato il ricondurre la procedura nell’alveo delle terapie, come tali soggette al controllo dell’Aifa e alle norme europee sulla sicurezza dei pazienti. Ciò detto, per la sperimentazione vengono stanziati 3 milioni, a fronte degli 8 ricevuti nel 2009 dalla ricerca pubblica sulle cellule staminali.

A questo proposito, si può parlare di un business-staminali? Il business ci sarà solo allorquando le staminali si dimostreranno efficaci. Non a caso oggi le grosse aziende farmaceutiche non si mostrano particolarmente interessate. La ricerca darà i suoi frutti, forse, solo tra vent’anni. Oggi ci sono cure già disponibili e “passate” dal Ssn per le leucemie, per le lesioni alla cornea e per ustioni e malattie genetiche della pelle. Tutto il resto è pura sperimentazione. Gli ambiti in cui nutriamo più speranze – ma il rischio fallimento è sempre in agguato – sono quelli in cui le patologie sono molto circoscritte. Tra le malattie neurologiche, non ce n’è una che sia trattata con staminali. Se poi guardiamo alle mesenchimali, non esistono terapie avallate dalla Fda americana. Lo scenario è insomma ancora aperto: bisogna dare il tempo alla comunità scientifica di lavorare.

Dall’altra parte ci sono le richieste dei malati e delle loro famiglie… Innanzitutto non sappiamo che cosa venga iniettato a queste persone. L’efficacia di una terapia non si testa su un singolo paziente, perché tutte le malattie sono soggette a fluttuazioni, anche quelle neurologiche. Miglioramenti temporanei possono verificarsi durante il decorso di patologie anche gravi. In ogni caso, alla sofferenza si risponde con la volontà di fornire prove trasparenti, visibili e ripetibili. Sennò non stiamo facendo nulla di compassionevole e questo va ribadito con assoluta fermezza. 

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.