Indagine di Coppia – Intervista a Filomena Gallo

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Il tribunale di milano ha imposto alla Clinica Mangiagalli di eseguire la Pgd (la diagnosi genetica preimpianto) per una coppia fertile, ma in cui l’uomo è portatore di una malattia genetica, l’esostosi, che può provocare tumori alle ossa.

Il rischio di trasmettere questa patologia ai figli è del 50%, motivo per cui i due aspiranti genitori avevano deciso di ricorrere alla fecondazione assistita. L’ospedale aveva però risposto di non possedere la tecnologia necessaria e la coppia aveva tentato in Grecia. Poi, ecco la loro decisione di fare causa alla Mangiagalli, per vedere riconosciuto il diritto di eseguire la tecnica in Italia e con il sistema sanitario pubblico.

[…] La Pdg ha del resto, nel nostro Paese, una storia assai travagliata. Fino a poco tempo fa le tecniche di procreazione medicalmente assistita – e di conseguenza la diagnosi genetica preimpianto – erano riservate alle coppie infertili o completamente sterili. Così stabiliva la discussa legge 40 del 2004, già finita 38 volte in tribunale e 4 davanti alla Corte di Cassazione. Proprio la Corte Suprema ha eliminato questo divieto nel 2015, consentendo l’accesso anche alle coppie fertili portatrici di una malattia genetica. I giudici non hanno fornito un elenco delle patologie per cui è possibile ricorrere alla Pgd, riconoscendo che questo spetta alla medicina. Sono gli specialisti, insieme alla coppia, a valutare caso per caso quale sia il percorso più adatto. Quando il difetto genetico causerebbe aborti spontanei o porterebbe ad aborti terapeutici, la coppia può richiedere di accedere alla Pgd proprio come avviene per le coppie infertili. Detto così, è semplice. 

[…] Perché ha fatto così tanto scalpore la vicenda della Clinica Mangiagalli?

Risponde l’avvocato Filomena Gallo, segretario dell’Associazione Luca Coscioni, che in 12 anni ha contribuito a fare letteralmente a brandelli la legge 40/2004 sulla procreazione assistita: «Sulla base della sentenza della Cassazione il tribunale di Milano ha imposto alla Mangiagalli di garantire l’accesso alla tecnica per la coppia (eventualmente stipulando convenzioni con una struttura esterna), e di farsi carico delle spese. Non assicurarla attraverso il sistema sanitario, infatti, significa fare discriminazione nell’accesso alle cure».

Ma qui si arriva al nocciolo del problema. «Nelle linee guida sulla Legge 40 non si fa ancora cenno alla sentenza del 2015. E i Lea (i Livelli essenziali di assistenza: e cioè le prestazioni e i servizi che il servizio sanitario nazionale deve fornire a tutti i cittadini, ndr) aggiornati nel marzo del 2017, pur includendo adesso la fecondazione assistita, non contemplano ancora né i test genetici, né la diagnosi preimpianto. La questione è dunque politica, non medica. E i centri di fertilità pubblici hanno le mani legate. Questo nonostante la Corte abbia anche chiarito che selezionare gli embrioni tramite la Pgd non è eugenetica: parliamo di bambini che altrimenti non nascerebbero», sottolinea Gallo.

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