Il giorno in cui potremo dire che cos’è vita

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I giudici del processo sulla morte di Dj Fabo hanno chiesto alla Corte Costituzionale di decidere se sia innocente una persona che aiuta un malato a uccidersi. Una scelta, spiega qui Filomena Gallo, l’avvocato che segue il caso, che apre uno spiraglio al diritto all’eutanasia.

Quando ho visto il presidente della Corte con i fogli in mano ho capito che la decisione era stata presa. Riponevo una grande speranza in questo processo e quanto accaduto ha una portata storica. In Italia non c’era mai stata, prima d’ora, un’ordinanza che andasse oltre la sentenza che può essere presa dal singolo magistrato sulla delicata materia del fine vita.

La Corte d’assise di Milano, infatti, ha prosciolto l’esponente radicale Marco Cappato dall’accusa di istigazione e rafforzamento della volontà di suicidio per avere accompagnato Fabiano Antoniani, per tutti Dj Fabo, a morire in una clinica svizzera. Allo stesso tempo, i giudici hanno anche sospeso il processo nella parte che riguarda l’accusa di aiuto al suicidio, chiedendo che sia la Corte Costituzionale a pronunciarsi. Sul banco degli imputati c’era Cappato ma anche la volontà di Fabiano, il suo limbo di sofferenza e impotenza che ancora attende risposta e che riguarda tante altre persone nel nostro Paese.

Nei prossimi mesi la Corte Costituzionale si pronuncerà, ma ritengo che un segno sia già stato lasciato. Sono state gettate le basi per allargare i diritti, aprendo uno spiraglio per quello al suicidio assistito. È una questione cruciale che tocca da vicino la dolorosa condizione di tantissime persone gravemente malate, che vorrebbero autodeterminarsi fino all’ultimo respiro. Lo conferma il fatto che, in un solo anno, 500 persone si sono rivolte a Marco Cappato per avere informazioni sul fine vita. C’è una società che cambia, una voglia di libertà che emerge, però anche un limite alla propria possibilità di decidere come morire.

Conosco malati che vorrebbero percorrere la strada del suicidio assistito ma non possono andare all’estero perché non hanno il denaro per farlo, oppure perché non hanno nessuno che li possa aiutare a varcare il confine. Lo stesso Fabiano si è rivolto all’Associazione Luca Coscioni perché non voleva coinvolgere la mamma e la fidanzata in reati pesanti come quello di aiuto al suicidio, appunto. Credo, allora, che la Corte Costituzionale valuterà le norme con uno sguardo moderno, considerando l’evoluzione della nostra società. In Italia chi sceglie di morire con le cure palliative e sedazione profonda lo può fare perché è consentito dalla legge sul testamento biologico, mentre chi sceglie il suicidio assistito o l’eutanasia, quindi un farmaco che provoca la morte all’istante, non lo può fare perché l’articolo 580 del codice penale, che risale ai tempi del Duce, lo vieta.

Eppure questa disposizione confligge con il diritto all’autodeterminazione sancito dalla Costituzione, secondo cui ogni persona è libera di decidere come e quando morire.

Per questo auspico che il prossimo passo sia la dichiarazione di incostituzionalità dell’articolo 580. È passato un anno da quando Fabiano se ne è andato e questo processo ha fatto emergere quanto lui fosse attaccato alla vita, il suo grande amore per la fidanzata Valeria e per la mamma, il percorso fatto insieme con loro per attraversare quella che lui chiamava la sua «notte senza fine».

Noi viviamo in un Paese dove ancora dobbiamo lottare per fornire a tutti i malati il percorso migliore. Sono trascorsi 32 anni dal deposito della prima legge sul fine vita, cinque dalla proposta di legge popolare sull’eutanasia: chiederemo al prossimo Governo di discuterla. Credo che tutti gli italiani abbiano un po’ vissuto la storia di Fabiano e compreso il suo sentirsi prigioniero. Una sensazione che si ritrova nelle storie di tanti altri malati che con l’Associazione Luca Coscioni hanno chiesto di porre fine alla sofferenza. Penso a Piergiorgio Welby, alla battaglia di Peppino Englaro per la figlia Eluana, a Walter Piludu e Giovanni Nuvoli. Tutti loro amavano la vita, ma proprio perché la amavano così tanto, volevano mettere fine a quello che vita non era più.

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.