Fine vita, oltraggi estremi

Il Sole 24 Ore

Siamo un «Paese dei diritti negati»: nel libro di Carlo Troilo una rassegna dei fatti e delle dinamiche politiche che hanno prodotto la regressione italiana

In assenza di una legislazione appropriata, la decisione è impropriamente affidata al medico, penalizzando la libertà di scelta individuale c1i Gilberto Corbellini n occasione della giornata sugli stati vegetativi organizzata nel febbraio scorso, il ministro della Salute Renato Balduzzi ha invitato a non scatenare una «guerra di religioni» intorno al disegno di legge sulle direttive anticipate (dette anche testamento biologico). Di fatto, si tratterebbe, se mai, dell’ennesimo atto di guerra da parte di "una" religione contro il fondamentale diritto all’autodeterminazione. Ma l’auspicio è che il confronto un po’ meno ideologico in corso tra i principali partiti e imposto dall’emergenza economica, aiuti a recuperare un po’ di saggezza anche sui temi bioetici.

 
Perché sarebbe umiliante per i cittadini italiani subire una seconda legge etica (dopo la legge 4o sulla fecondazione assistita), che ancora una volta obbligherebbe le persone a subire trattamenti indesiderati, in questo caso nell’eventualità che non si sia più in grado di decidere autonomamente. In tutto il mondo civile le direttive anticipate sono vincolanti per i medici e consentono di rifiutare qualunque trattamento, induse alimentazione e idratazione artificiale. L’Italia rimane, comunque, il «Paese dei diritti negati», come illustra Carlo Troilo nel suo ultimo libro, Liberi di morire. Una fine dignitosa nel paese dei diritti negati. Che non prende in esame solo le modalità attraverso cui da noi viene conculcato il diritto garantito dalla Costituzione per ogni cittadino di decidere gli interventi medici anche nelle fasi terminali della vita. Ma richiama anche tutte le interferenze esercitate dalla Chiesa cattolica nelle sfere private della riproduzione, delle relazioni affettive e sessuali, della malattia e della morte. Insomma una rassegna aggiornata dei fatti e delle dinamiche politiche che hanno visto l’Italia regredire, negli ultimi vent’anni, non solo economicamente e culturalmente. Nel novero dei Paesi liberaldemocratici abbiamo infatti prodotto esempi di carattere soprattutto illiberale nella sfera dei diritti civili: dalle insane politiche sanitarie sull’aborto farmacologico e la contraccezione alla legge sulla fecondazione assistita, dalla penosa vicenda delle unioni di fatto alle derive omofobiche, fino alle politiche discriminatorie su disabilità e terapia del dolore. Troilo, che fa parte della giunta dell’Associazione Luca Coscioni, analizza puntigliosamente queste derive e paragona la situazione italiana a quella di Paesi socio-culturalmente equivalenti. L’elemento più significativo del libro rimane, però, la motivazione che lo ha spinto a scriverlo: vale a dire il suicidio del fratello, che non accettò di vivere gli ultimi momenti della vita senza autonomia e quindi, per lui, senza dignità. È proprio sulla parola "dignità" che vale la pena fare, per l’ennesima volta, una riflessione. Perché l’ambiguità di significato con cui viene usata è forse la principale trappola che sta ingabbiando l’agenda bioetica italiana in controversie che l’hanno trascinata e la trascinano su di un inappropriato terreno di scontro politico. Come è noto, sono due le concezioni della dignità: quella deontologica e/o religiosa, per cui si tratta di un valore intrinseco alla vita umana che non è negoziabile a nessuna condizione, e quella liberale, per cui l’autodeterminazione e la libertà danno valore alla vita umana e riempiono la dignità di contenuti. Ora, in un sistema liberaldemocratico, non si tratta di decidere quale sia superiore o di far prevalere l’una sull’altra, ma di creare le condizioni perché ogni persona possa vivere e decidere di sé – non degli altri, altrimenti i presupposti del rispetto delle persone intese come realtà autonome salta – secondo i propri valori. Quindi, molto banalmente e come si sta progressivamente facendo nei Paesi più civili e dove, peraltro, l’invecchiamento della popolazione crea più facilmente condizioni terminali di vita in cui si ha la perdita di autonomia (in senso lato), sarebbe sensato e socialmente apprezzato avere delle leggi che consentano alle persone di decidere come morire e le tutelino da abusi. Il processo è in moto. Oggi l’eutanasia attiva è legale in Olanda, Belgio e Lussenburgo, edepenalizzata in Svizzera. Il probabile futuro presidente della Repubblica francese, Francois Holland, ha promesso in campagna elettorale che in caso di vittoria anche la Francia avrà una legge sull’eutanasia. Il suicidio medicalmente assistito non *** è illegale in Colombia, ed è legale negli Stati del Montana, Oregon e Washington. Un problema su cui poco ci si sofferma è il fatto che, come ha mostrato uno studio condotto qualche anno fa in alcuni Paesi europei tra cui l’Italia, dove non c’è una legislazione sulle decisioni di fine vita, queste decisioni le prendono con più frequenza i medici, e senza consultare il paziente. Che in ultima istanza finisce per non penalizzare la libertà di scelta di tutti. Sia di chi vuol decidere il momento e come andarsene dignitosamente. Sia di chi vuole accogliere il dono della vita fino all’ultimo. Caro Trailo, Liberi di morire. Una fine dignitosa nel Paese dei diritti negati, Ruhettino Editore, Soveria Manneill, pagg.26o, e ig,00 ***