Aborto, le parole per dirlo

Il vuoto delle istituzioni e il silenzio delle donne. Tra questi poli si inserisce uno degli eventi più drammatici del mondo femminile. Qui raccontano attraverso le testimonianze. E una voce controcorrente.


di Monica Piccini


Comunque la si pensi, per il 25 per cento delle donne italiane – mica poche – arriva un momento in cui l’aborto è la scelta. Dolorosa per alcune, liberatoria (tabù nel tabù) per altre. Quasi sempre presa in solitudine, senza molte condivisioni. Un anacronismo in tempo di connessione globale che la dice lunga sul modo di intendere e volere il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza, sancita in Italia con la legge 194 nel lontano 1978.

“L’aborto come molti altri aspetti legati alla sessualità nel nostro Paese è visto come qualcosa di cui vergognarsi. Per questo non se ne parla” riassume l’avvocato Filomena Gallo, segretario dell’Associazione Luca Coscioni.

Il silenzio ovviamente è culturale “nonostante, sempre per legge, ogni anno il ministro della Salute sia chiamato a portare in Parlamento la relazione sullo stato di applicazione della legge 194. Il report 2018, presentato dalla ministra Giulia Grillo il 18 gennaio, con 11 mesi di ritardo, oltre all’analisi dei dati del 2017 avrebbe anche dovuto individuare interventi concreti su una serie di criticità come la contraccezione gratuita e l’uniformità dei servizi per l’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg): infatti tra la maggioranza di medici obiettori – più del 68 per cento – e la chiusura dei consultori, le donne sono costrette a ricorrere all’aborto clandestino (si parla del 20 per cento) in mancanza, in alcune Regioni, delle strutture che rispettino il diritto all’interruzione di gravidanza”.

Oltre ai dati e agli interventi che non partono, le parole astratte delle istituzioni s’incastrano nel silenzio delle singole persone (uomini inclusi, troppo spesso sullo sfondo) che raramente raccontano le proprie esistenze di aborto. Rompono il muro due progetti recenti, apertamente contrapposti, ma uniti nell’intento di dare voce alle donne che hanno fatto questa scelta.

Un libro, 194, Diciannove modi per dirlo (Giraldi editore) scritto da Camilla Endrici, 36 anni, giornalista e copywriter a Trento con una laurea in Filosofia, e il blog Ho abortito e sto benissimo aperto cinque mesi fa da Federica Di Martino, 31 anni, psicologa e psicolanalista di Salerno, assieme alla ginecologa Lisa Canitano della onlus Vita di Donna, sull’esempio parallelo sito francese Ivg, je vais bien, merci (Aborto: sto bene, grazie, ndr).

Il timore del giudizio

“Quando due anni fa ho cominciato a raccogliere le testimonianze di queste ragazze” racconta Endrici “mi sono accorta che al di là delle prese di posizione ideologiche non c’erano narrazioni di vita vissuta. Valeva la pena di raccontare in un libro, ma anche fra amici, l’aspetto umano di chi fa una scelta tanto controversa. Le donne che decidono di abortire sono in un limbo:nel mezzo di una palude fatta di desiderio e paura, speranza e spaesamento, illusione e delusione”. Ferite, loro per prime.

L’autrice nel libro tocca sfumature come la pervasività dei sensi di colpa (“Quando capita che un’amica mi guardi dei suoi primi sintomi di gravidanza” si legge in uno dei racconti “io li sento nella carne come fosse adesso. E vorrei dire: “ah, io non potevo sentire l’odore del caffè”. Ma non posso, perché ho paura di essere guardata con un misto di pietà e imbarazzo”), il tempo implacabile (“Compilare un modulo, prendere un appuntamento, fare le visite preventive, anche se non hai ancora deciso […] perché i tempi di attesa sono lunghi e allora è meglio prenotarsi il post. Come in treno, che sennò si riempie”) e il peso delle parole, altrui ma anche proprie (sporche, disgustose: “Sorprende sentire di quanto giudizio si nutrano le parole con cui ci si racconta. Nonostante l’aver provato a perdonarsi”.

Le conseguenze di un aborto possono manifestarsi sul lungo periodo e “se per qualche ragione una donna non riesce ad elaborare il lutto, inteso laicamente come senso di una fine” scrive “è possibile che la vita torni a proporre ogni occasione per fare i conti con la perdita”.

“Tra le testimonianze raccolte nel libro” aggiunge Endrici, “la persona che ha vissuto l’aborto con meno fatica, non voglio dire leggerezza, è una ragazza di 25 anni che l’ha fatto due vote. Diverso è capire cosa sente una donna che ha abortito, non ha figli e si avvicina ala momento in cui non potrà più averli”.

Trauma e dolore

Secondo Federica Di Martino, perdita, dolore, rimorso, sono parole pesanti. Man on per questo meno reali, tanto che sono al centro di un nuovo dibattito sul tema. Quello che intende combattere la retorica per cui dopo un Ivg, chirurgica o farmacologica, si sviluppino sintomi depressivi (c’è chi parla di sindrome post aborto, con sintomi che vanno dall’insonnia ai disturbi alimentari).

“È quel che affermano gli attivisti Pro Life a difesa della vita per convincere le donne a portare avanti la gravidanza. ‘Poi semmai lo dai in adozione!’ dicono, così come molti medici obiettiori nei consultori e negli ospedali pubblici” precisa Di Martino nel suo blog. “Fermo restando che l’aborto è un’esperienza soggettiva ossia ognuna l’affronta come meglio sa e può, noi diciamo che ‘l’aborto è ok’ per sottolineare che, se consapevole e libero da pregiudizi, il ricorso all’Ivg è una legittima scelta di autodeterminazione di ogni donna: nessuno può decidere al posto nostro”.

I commenti degli uomini

Ai commenti degli uomini che scrivono sul blog “l’aborto è un abominio” lei risponde “Il tuo com’è stato?”. Se trauma e dolore c’è – chi può escluderlo? – per la Di Martino è dovuto alla difficoltà di accesso ai servizi di interruzione volontaria di gravidanza che invece dovrebbero essere garantiti per legge e al fatto che l’aborto sia ancora un tabù. Il suo blog fin qui ha raccolto una trentina di testimonianze, tra interesse e insulti del tipo ‘meritate la sterilità’.

A lei chiediamo se esiste un diverso atteggiamento generazionale nell’affrontare una interruzione volontaria di gravidanza. “Le più giovani” dice “avrebbero più strumenti per rielaborare l’esperienza e provare meno sensi di colpa, ma non hanno coscienza delle battaglie fatto per ottenere quelli che oggi sono i nostri diritti, al contrario delle senior che hanno vissuto da vicino le lotte per far approvare la 194”.

Più che l’età conta quindi il contesto. Anche se una cosa tutte le donne interpellate concordano: l’importanza di una comunità accogliente, una stanza delle confidenze. Per raccontare ed evitare che dolore, paura e indecisioni si trasformano in qualcosa d’indicibile. Come accade se si rimane sole, convinte che abortire sia vivere nel peccato anziché una scelta, difficile ma legittima”.

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.