Quando si commette omicidio nel cagionare la morte del feto in travaglio

di Luigi Montevecchi, ginecologo e consigliere generale dell’Associazione Luca Coscioni

La notizia della recente pronuncia della Corte di Cassazione (Quarta Sezione Penale, n. 27539/2019), che ha attribuito lo status di persona al feto in corso di travaglio, ha trovato molto spazio sui principali mezzi di informazione (televisione, giornali, web…).

La vicenda si riferisce ad un triste caso di malpractice, nel quale si è verificato il decesso intrauterino – in corso di travaglio – di un feto giunto a termine di gravidanza.

Non è questa la sede per istruire un processo parallelo, in grado di valutare le responsabilità delle persone coinvolte, o contestare l’attribuzione della responsabilità esclusivamente all’ostetrica di turno, escludendo il ruolo del medico da tutto l’iter che ha condotto al parto di un neonato premorto: ciò di cui vogliamo discutere è la decisione (non del tutto innovativa…) di attribuire lo status di persona ad un feto non ancora nato.

Afferma la Suprema Corte:

…L’enunciazione della nozione di “uomo” quale vittima del reato in esame, sebbene generica, consente al giudice, avuto riguardo anche alla finalità di incriminazione ed al contesto ordinamentale sopra descritto in cui si colloca, di stabilire con precisione il significato della parola, che isolatamente considerata potrebbe anche apparire non specifica, ed al destinatario della norma di avere una percezione sufficientemente chiara ed immediata del valore precettivo di essa…

Occorre premettere che la nozione giuridica di aborto è differente da quella medica. In ambito scientifico si definisce aborto la espulsione di un prodotto del concepimento incapace di vita autonoma, pur con l’ausilio dei ritrovati tecnologici attuali che ne hanno anticipato il classico termine del 180° giorno dalla fecondazione. Dopo tale termine si parla di parto prematuro.

La giurisprudenza – al contrario – definisce con il termine aborto la interruzione intenzionale e violenta della gravidanza, con conseguente morte o soppressione del prodotto del concepimento, nell’arco temporale che va dall’inizio della gravidanza a quello del parto.

In particolare la giurisprudenza ha specificato che in tema di delitti contro la persona, l’elemento distintivo delle fattispecie di soppressione del prodotto del concepimento è costituito anche dal momento in cui avviene l’azione criminosa. Le condotte che caratterizzano i “delitti di aborto” si realizzano in un momento precedente il distacco del feto dall’utero materno. Di conseguenza, qualora la condotta diretta a sopprimere il prodotto del concepimento sia posta in essere dopo il distacco, naturale o indotto, del feto dall’utero materno, il fatto potrà configurare le ipotesi di abbandono materiale e morale della madre, previsto dall’art. 578 c.p., o di omicidio volontario di cui agli art. 575 e 577 n. 1 c.p. (Cassazione penale, sez. I, 18 ottobre 2004, 46945).

Per questi motivi la difesa aveva chiesto di configurare il reato di “aborto colposo” in luogo di quello ben più grave di “omicidio colposo”.

Diversamente, secondo una minoritaria giurisprudenza di merito, ai fini dell’individuazione del momento in cui ha inizio l’autonoma vita biologica (ed è pertanto configurabile il delitto  di omicidio e non già quello di aborto colposo) occorre far riferimento “… all’inizio del travaglio di parto in cui ha inizio quel periodo di transizione tra la vita intrauterina e quella extrauterina, identificabile con il momento della rottura delle acque” (Pretura Arezzo, 11
luglio 1992, Giust. pen. 1992, II, 601).

Ed inoltre:

(Corte di Cassazione, Sez.1, n. 46945 del 2004) “…Non deve confondere l’utilizzo del termine feto, nel dettato normativo dell’art. 578 cod. pen., ivi «usato impropriamente, perché il nascente vivo non è più feto, né in senso biologico, né in senso giuridico, bensì persona» e così se «in un parto, naturalmente o provocatamente immaturo», il nascente è «un essere vivo, la sua uccisione volontaria costituisce omicidio, o feticidio, qualunque sia stata la durata della gestazione…”

Infine deve osservarsi che in tema di delitti contro la persona, la Suprema Corte di Cassazione ha da tempo chiarito che il criterio distintivo tra la fattispecie di interruzione colposa della gravidanza e quella di omicidio colposo, oggi in addebito, discende dall’inizio del travaglio e, segnatamente, dall’autonomia del feto (Cass. Sez. 5, Sentenza n. 44155
del 21/10/2008, dep. 26/11/2008, Rv. 241689).

Alla luce di queste considerazioni sembra evidente che la Quarta Sezione Penale abbia voluto rigettare le considerazioni della difesa, stabilendo che il travaglio di parto, spontaneo o indotto, in qualunque periodo di gestazione, segna la discriminante tra la vita dipendente e la vita autonoma, riconoscendo così in quella fase dignità di persona al feto, con tutte le conseguenze giuridiche che ne derivano.

Tale corrente di giudizio, a mio personale avviso, ha il merito di voler riconoscere adeguata tutela giuridica al prodotto del concepimento in quel “limbo” legislativo che intercorre tra l’aborto (scientificamente inteso con l’accezione già espressa in precedenza) ed il momento del parto (a termine o pre-termine) quando si acquisisce la capacità giuridica:

…la persona fisica acquista la capacità giuridica con la nascita e la conserva fino al momento della morte. Essa si acquista con la separazione del feto dall’alveo materno, sempre che sia nato vivo, poiché non può considerarsi persona titolare di diritti e doveri il nato morto (Cassazione, 19 febbraio 1993, n.2023, rv.480995).

E quindi:

“…anche al nascituro, pur non volendogli riconoscere la qualità di persona, viene accordata una qualche forma di tutela, essendo l’interesse ad esistere insito nella stessa esigenza di protezione dell’essere umano…” ( Luciano Moccia – Fabrizio Pensa)

Tuttavia sembra eccessiva l’attribuzione dello status giuridico di persona al feto in fase di travaglio, poiché ciò potrebbe comportare una serie di responsabilità assai più gravi per l’equipe sanitaria (medici, infermieri/e ed ostetriche) che – per negligenza o imprudenza o imperizia, ovvero per inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline…- dovessero cagionare la morte intrauterina del prodotto del concepimento. E che dire della responsabilità della madre che – per qualsivoglia motivo – rifiuti un taglio cesareo di emergenza, causando così involontariamente la morte del nascituro?

Non vi è dubbio che in ambito giuridico sia fondamentale la differenza tra “persona” e “soggetto”. Il concepito, che persona certamente non può essere considerata, è chiaramente ed espressamente definito soggetto già con la legge 40 del 2004, che all’articolo 1 recita:

“Al fine di favorire la soluzione dei problemi riproduttivi derivanti dalla sterilità o dalla infertilità umana è consentito il ricorso alla procreazione medicalmente assistita, alle condizioni e secondo le modalità previste dalla presente legge, che assicura i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito”.

Comunque lo si consideri, al concepito viene riconosciuto il diritto di nascere sano, e – di conseguenza – viene condannata ogni azione od omissione capace di impedirne la realizzazione: ma questo è il punto più controverso: si può estendere il concetto dell’articolo 589 del nostro codice penale alla figura di un “soggetto” (non ancora persona) che per colpa o per dolo veda interrotta la propria aspettativa di nascere? In altri termini l’evento tragico di una morte intrauterina prima che il soggetto diventi persona (al momento della nascita) si può configurare come omicidio? Questo è quanto ha stabilito la recente sentenza della quarta Sezione della Corte di Cassazione penale, con una attribuzione di responsabilità assai più pesante rispetto a quella di aborto colposo.