Le dichiarazioni di fede non hanno nulla a che vedere con scienza e informazione

Uno striscione con la scritta 194 durante una manifestazione a Napoli, in una immagine di archivio.
ANSA/CIRO FUSCO

Lettera del Professor Giuseppe Noia al Direttore di Quotidiano Sanità

Gentile Direttore,
la legge 194 riconosce al personale sanitario il diritto di sollevare obiezione di coscienza. Troppo spesso, però, questo diritto viene confuso con l’autorizzazione a ostacolare l’esercizio di un altro diritto, quello delle donne di interrompere una gravidanza non voluta. Il Prof. Giuseppe Noia, nella sua lettera al Direttore del 22 aprile scorso, ci ricorda la sua grande esperienza nel campo degli aborti spontanei ripetuti, che gli permetterebbero di avere elementi esperienziali diretti sul vissuto fisico e psicologico di donne che hanno scelto l’interruzione volontaria di gravidanza.

Senza nulla togliere all’esperienza professionale del professore, noi riteniamo che questa esperienza non lo promuova anche ad esperto nel campo delle interruzioni volontarie di gravidanza; riteniamo, soprattutto, che non lo autorizzi a equiparare il “vissuto fisico e psicologico” delle donne che scelgono l’IVG con quello delle donne che scelgono la gravidanza e subiscono aborti spontanei ripetuti.

Gran parte della letteratura citata dal professore si riferisce ad una patologia ostetrica (gli aborti spontanei) che nulla ha a che vedere con la libera scelta di una donna di interrompere una gravidanza non voluta: che il professore consideri l’autonomia decisionale delle persone una patologia fa parte sempre delle opinioni personali, che esulano dall’evidenza scientifica.

Informare le donne è un dovere della scienza e dello Stato, ci ricorda il professore. Siamo perfettamente d’accordo; sarebbe stato altresì doveroso informarsi prima di affermare, in maniera gratuitamente offensiva e deontologicamente scorretta, che gli operatori dei servizi IVG parlano alle donne “in maniera generica” delle possibili complicazioni connesse alla procedura, “negando che l’aborto può provocare il decesso della donna”.

Lo invitiamo pertanto a leggere, per una sua migliore competenza e in attesa di pubbliche scuse, i consensi informati che quotidianamente sottoponiamo alle donne che richiedono l’IVG, in cui viene spiegato loro dettagliatamente punto per punto.

Per quanto riguarda la mortalità legata all’aborto volontario, ricordiamo che quasi tutte le morti si verificano nei paesi in via di sviluppo, soprattutto in Africa, dove l’aborto è illegale o fortemente limitato da leggi pesantemente restrittive. Sulla rivista Lancet sono stati recentemente pubblicati i risultati di uno studio condotto dal Guttmacher Institute in collaborazione con l’OMS: (SEDGH G, BEARAK J, SINGH S, BANKOLEA, POPINCHALK A, GANATRA B, ROSSIER C, GERDTS C, TUNÇALP Ö, RONALD JOHNSON B, BART JOHNSTON H, ALKEMA L., Abortion incidence between 1990 and 2014: global, regional, and subregional levels and trends. The Lancet, 2016; (16)30380-4).

Tale studio, che abbraccia un arco temporale di 25 anni, dal 1990 al 2014, analizza il fenomeno degli aborti volontari nei vari paesi del mondo, anche in relazione alle loro legislazioni, evidenziando come i divieti  o le leggi restrittive non costituiscano affatto un deterrente, né comportino una riduzione dei tassi di abortività volontaria, causando invece il ricorso a pratiche clandestine, non sicure, che costituiscono un grave rischio per la salute delle donne.

Nel 2014, 44.000 donne sono morte nel mondo per procedure non sicure. Contrariamente a quanto affermato dal professore con esempi francamente poco calzanti per la loro imbarazzante limitatezza (Mauritius e Nepal), l’OMS sottolinea come garantire l’accesso all’IVG faccia crollare i tassi di mortalità.

Analoga critica merita la letteratura citata circa il rischio aumentato di sviluppare un tumore della mammella: a proposito della meta-analisi cinese citata dal professore, è stato fatto notare da più parti che, dei 36 studi presi in considerazione, solo 8 erano correttamente disegnati da un punto di vista metodologico, e nessuno di questi 8 ha evidenziato una correlazione tra tumore della mammella e aborto spontaneo o volontario. Non a caso, sia l’OMS sia il RCOG e l’ACOG raccomandano di informare le donne che NON esiste alcuna correlazione tra IVG e aumento dell’incidenza di tumore mammario (RCOG, The care of women requesting induced abortion. Evidence-based Clinical Guideline Number 7, sept 2011).

Infine, per quanto riguarda la supposta relazione tra IVG e salute mentale, tutte le linee guida sottolineano l’inconsistenza di tali affermazioni (RCOG, The care of women requesting induced abortion. Evidence-based Clinical Guideline Number 7, sept 2011)

Noi riteniamo che le dichiarazioni di fede, nulla abbiano a che vedere con la scienza e con le corrette informazioni che dobbiamo fornire alle nostre pazienti.

Porre sullo stesso piano il vissuto di una donna che perde una gravidanza voluta e quello di una donna che decide di interrompere una gravidanza non voluta è un’operazione arbitraria che tende a confondere e a traslare contenuti emotivi della prima alla seconda, che si trova in una condizione completamente diversa. Ribadiamo che non vi è alcuna evidenza dell’esistenza di un rischio maggiore di sviluppare problemi di salute mentale nelle donne che hanno abortito, e che la cosiddetta  “sindrome post-aborto” non è riconosciuta dalle società scientifiche come entità nosografica (Major B et al, Abortion and mental health. Evaluating the evidence. Am Psycol 2009; 64 (9), 863-90; Munk-Olsen T et al, Induced first-trimester abortion and risk of mental disorder, N Engl J Med 2011; 364: 332-9).

È invece intuitivo, e dimostrato dalla letteratura, che si hanno importanti ripercussioni sul piano psicologico e sulla salute mentale quando le persone sono costrette a fare ciò che non si sentono adeguate a fare in quel momento della loro vita (Biggs MA et al: “Women’s mental health after receiving or being denied an abortion- A prospective, longitudinal cohort study, JAMA Psychiatry, 2017;74(2):169-178).

Siamo perfettamente consapevoli dell’importanza di informare correttamente le donne circa le procedure cui chiedono di sottoporsi. Non altrettanto avviene nella pratica clinica di chi parla in maniera antiscientifica di “bambino” quando dovrebbe dire “embrione” o “feto”, insinuando l’idea patogena che l’aborto sia un omicidio. Un’idea che riguarda convinzioni personali che non dovrebbero minimamente influenzare le altrui scelte.

La prudenza a cui il professore ci richiama avrebbe dovuto guidare i bugiardi di Pro Vita, che certo non hanno alcuna autorevolezza per parlare di libera scienza e, a nostro avviso, di salute delle donne.

Anna Pompili
Ginecologa, socio fondatore Associazione Medici Italiani Contraccezione e aborto

Mirella Parachini
Ginecologa, socio fondatore Associazione Medici Italiani Contraccezione e aborto e membro di Direzione Nazionale dell’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica