A tredici anni dalla morte di Piergiorgio Welby, il testimone è nelle mani della moglie Mina

folla al Funerale laico di Piergiorgio Welby

La prossima tappa cruciale sul Fine vita vedrà la moglie Mina e Marco Cappato imputati davanti al Tribunale di Massa, il prossimo 5 febbraio, nel Processo Trentini. Al contrario di DJ Fabo, Trentini non era dipendente da trattamenti di sostegno vitale e dunque l’assistenza al suicidio potrebbe restare punibile se non interviene il Parlamento.

Il 20 dicembre coincide con il tredicesimo anniversario della morte di Piergiorgio Welby, avvenuta nel 2006. Lo ricorda l’Associazione Luca Coscioni, facendo il punto sul fine vita, tema attualmente tenuto bloccato dalla politica nonostante i solleciti della Corte Costituzionale, ma che vivrà un capitolo decisivo a Massa dal prossimo 5 febbraio, con il prosieguo del processo riguardante la vicenda di Davide Trentini, per cui sono imputati Mina Welby e Marco Cappato, sempre per assistenza al suicidio.

A differenza di Dj Fabo Davide Trentini, malato di sclerosi multipla, non era tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale in senso stretto, dunque l’assistenza al suicidio potrebbe non rientrare tra i casi particolari giudicati legittimi dalla Consulta.


In particolare non è punibile solo “chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli”.


Il primo a fare il punto della situazione ricordare Piergiorgio Welby è il dottor Mario Riccio, consigliere Associazione Luca Coscioni, e anestesista di Welby: “possiamo tracciare un bilancio positivo di questi anni. Abbiamo avuto l’approvazione della legge 219 sulle Disposizioni anticipate di trattamento, l’istituzione del Registro Nazionale dei testamenti biologici e la sentenza della Corte Costituzionale sul caso Cappato. Quest’ultima, in particolare rappresenta una rivoluzione poiché afferma che il medico, in alcune condizioni, può favorire la morte del paziente, cosa che confligge con l’attuale codice deontologico e sta creando forte dibattito all’interno della classe medica“.

“Chiediamo al Parlamento una legge in grado di non creare discriminazioni – dichiara Filomena Gallo, segretario dell’Associazione Luca Coscioni – Come sottolinea il Comitato Nazionale di Bioetica la Corte Costituzionale si è espressa sull’aiuto fornito a una persona (Fabiano Antoniani) che era dipendente da un trattamento sanitario che lo teneva in vita, ma lo stesso diritto deve essere riconosciuto – come anche sostenuto dal parere di maggioranza del Comitato Nazionale di Bioetica – anche ai malati che non sono “attaccati a una macchina”, ma che possono trovarsi in condizioni di non inferiore sofferenza e irreversibilità della malattia, come ad esempio può accadere alle persone malate di cancro.

“Il Parlamento in questi 4 mesi non ha esercitato alcun tipo di autonomia o coraggio sui temi legati alla libertà individuali e di scienza, dall’inerzia totale in materia di suicidio assistito alla cannabis light“, dichiara Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni.

Accade così che restino in vigore, ormai da decenni: la pena fino a 6 anni di carcere per chi ricerca sugli embrioni umani, con potenziali benefici per le cure ai malati di Parkinson e in tema di cecità; la pena fino a  6 anni per la cannabis; fino a 20 anni per altre droghe e quelle cosiddette pesanti; da 3 mesi fino a 10 anni di reclusione per medico, coppia e gestante per una gestazione solidale a seconda dei ruoli; fino a 12 anni di carcere per i medici che accogliessero la richiesta di malati terminali sottoposti a sofferenze insopportabili e non tenuti in vita da trattamenti di sostegno vitale”.