Intervento di Marco Gentili per la sessione finale del XVII Congresso dell’Associazione Luca Coscioni

Marco Gentili, co-presidente Associazione Luca Coscioni

Ben ritrovati a tutti,

Con questa assise celebriamo uno dei riti laici più impegnativi il Congresso in modo da avere chiare linee guida, un preciso disegno da proporre per il prossimo futuro, non si tratta di una singola parola o di una serie fine a se stesse, ma di progettare il nostro agire. Uso il termine rito non a caso, proprio perché già in occasione della precedente sessione avevo fatto riferimento ad indebite e non richieste opinioni da parte di istituzioni religiose cattoliche.

Per queste motivo ho ritenuto opportuno aprire il Congresso dell’Associazione Luca Coscioni, sottoponendo a questa platea una mia riflessione scritta di getto in seguito alla lettera «Samaritanus bonus» della Congregazione per la Dottrina della Fede sulla cura delle persone nelle fasi critiche e terminali della vita del 22 Settembre 2020, l’ennesimo intervento a gamba tesa della Chiesa Cattolica al fine di condizionare il dibattito politico sociale.

Mi preme ribadire quanto a tutti debba essere garantita libertà di pensiero, anche al Clero cattolico più conservatore, come alcuni sanno  è lontano dal mio modo di essere qualsiasi atteggiamento censorio, ma è superfluo ricordare che la Religione dovrebbe avere come riferimento la “coscienza” del credente, non certo il corpo legislativo dei singoli stati. 

Con questo documento viene espressa una condanna definitiva e inappellabile verso l’eutanasia e il suicidio assistito sulla falsariga di quanto accaduto a Piergiorgio Welby, cui erano stati negati i sacramenti mentre vengono invece a tutt’oggi somministrati ai peggiori criminali. 

Il documento in questione tratta anche dell’accanimento terapeutico, specificando che si tratta di una forma di assistenza al malato che invece può essere evitata qualora non sia capace di portare alcun beneficio. 

Il documento utilizza fin dai primi paragrafi il termine «discernimento», una scelta leggermente ipocrita attraverso la quale si cerca di apparire più comprensivi appunto invitando a considerare le diverse situazioni caso per caso. Davanti a tanta sicurezza ecco fra le righe il primo cedimento per non apparire troppo crudeli, qui con voi voglio sottolinearne anche un altro: la scelta concessa al credente di poter porre fine all’accanimento terapeutico non è essa stessa una forma di eutanasia passiva?

Davanti a tanta sicumera di facciata, perché alla base c’è sempre la “coscienza” di chi deve adeguarsi a siffatti documenti e operare nella loro messa in pratica, cercherò di essere il meno ambiguo possibile nell’affermare la chiarezza della nostra scelta di libertà e dignità. Innanzitutto mi preme sottolineare che non stiamo parlando di un unico calderone dove dentro finisce un po’ tutto anche dinamiche che poco hanno a che fare l’una con l’altra, ma di diversi approcci attraverso i quali realizzare quella la libertà di poter disporre del proprio corpo da non mettere mai in discussione.

In Italia alcuni provvedimenti legislativi e soprattutto una serie di sentenze aprono all’eutanasia, al procurare la morte su richiesta e nell’interesse di colui la cui qualità della vita sia irrimediabilmente compromessa.

Infatti negli scorsi anni è stata approvata la legge sul testamento biologico per specificare le azioni da intraprendere in caso di impossibilità di intendere e volere, attraverso le così dette disposizioni anticipate di trattamento. 

Inoltre alcune sentenze della corte costituzionale hanno depenalizzato l’aiuto a procurare la morte per chi dipende da trattamenti sanitari, inizialmente con la sentenza della Corte Costituzionale numero 242 del 25 Settembre 2019 riferita a Fabiano Antoniani si faceva riferimento alle macchine salvavita, in seguito tale approccio è stato ampliato e riferito ai sostegni vitali con la successiva assoluzione da parte della Corte di Assise di Massa il 27 Luglio 2020 nei confronti di Marco Cappato e Mina Welby per aver aiutato a morire Davide Trentini. 

Nonostante si facesse esplicito invito al legislatore di normare tale situazione, tutto questo è caduto nel vuoto per l’ignavia di troppi. Non voglio tralasciare un argomento ancora tabù che io invece rivendico con tutta la mia forza come il suicidio assistito, proprio perché in questo caso è la persona malata che sceglie di procurarsi la morte e agisce chiedendo solo aiuto medico e amministrativo non certo la somministrazione di un qualsiasi tipo di sostanza. Solamente chi vive determinate situazioni legate a patologie inguaribili conosce quale sia il limite della accettabile sofferenza, quando la qualità della vita viene permanentemente compromessa da una malattiamenomazione o condizione psichica, garantendo sempre a tutti la possibilità di essere adeguatamente informati sulle alternative e soprattutto pretendendo che venga dimostrata capacità di intendere e di volere di chi sceglie.

Ho cercato di mettere i puntini sulle I proprio perché parlo di diritti inderogabili costituzionalmente garantiti, nel cercare la certezza della norma, lascio il «discernimento» e il “dubbio della coscienza” alla filosofia libera di riempirci pagine e pagine. Tali condanne senza eccezioni e senza attenuanti cadono nel vuoto perché chi le pronuncia risulta spesso poco credibile alla luce dei recenti fatti di cronaca vaticana, che non specifico per non approfittare di un momento di difficoltà e smarrimento come farebbero loro, quelli che pesano i peccati.

D’altronde non era lo stesso Papa Giovanni Paolo Secondo ad affermare al tramonto della sua vita «lasciatemi andare alla casa del Padre»? Queste parole non sono una scelta chiara e netta? Non sono appunto una richiesta ad agire affinché si ponga termine ad una vita sofferente? Mi sembra che non ci sia bisogno di «discernimento» ma solo di una “coscienza pulita”.