Diagnosi preimpianto

Effettuare una indagine su un embrione, concepito da una coppia portatrice di malattie genetiche, prima di impiantarlo nell’utero materno significa evitare gravidanze difficili, destinate a terminare con aborti o con la nascita di bambini non sani, prossimi alla morte. L’Associazione Luca Coscioni ritiene che la vita umana sia qualcosa di più rispetto al Dna da cui sorge e quindi, nel rispetto del diritto della salute della donna, non ritiene né illegale né eticamente sbagliato effettuare analisi su un embrione.

L’articolo 4 comma 1 della legge 40/2004 recita: “Il ricorso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita è consentito solo quando sia accertata l’impossibilità di rimuovere altrimenti le cause impeditive della procreazione ed è comunque circoscritto ai casi di sterilità o di infertilità inspiegate documentate da atto medico nonché ai casi di sterilità o di infertilità da causa accertata e certificata da atto medico”. Ovvero la legge vieta alle coppia fertili, ma portatrici di patologie genetiche, di prelevare una cellula dall’embrione per valutare se affetto da tali patologie, per poi stabilire se impiantarlo o meno nell’utero materno.  Significa che per la legge 40 una donna dovrebbe  tentare gravidanze senza poter sapere prima dell’evento della nascita se il figlio nascerà sano o con speranze di vita bassissime. Vuol dire far nascere bambini con speranze di vita nulle o bassissime, provocando danni fisici e psicologici alla donna.

Alcune coppie sono ricorse in tribunale contro l’assurdità del divieto.

Nel 2008, con l’intervento del Tribunale Amministrativo del Lazio, fu affermata l’applicazione delle indagini diagnostiche sull’embrione come previste ai sensi della legge 40.

Nel 2009 la sentenza della Corte Costituzionale n.151 ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 14, comma 2, della legge 40, limitatamente alle parole “ad un unico e contemporaneo impianto, comunque non superiore a tre”. La Corte ha altresì dichiarato l’illegittimità costituzionale del comma 3 del medesimo articolo nella parte in cui non prevede che il trasferimento degli embrioni, da realizzare non appena possibile, come previsto in tale norma, debba essere effettuato senza pregiudizio della salute della donna. La Corte ha dichiarato inammissibili, per difetto di rilevanza nei giudizi principali, le questioni di legittimità costituzionale degli articoli 6, comma 3, e 14, commi 1 e 4. (Leggi qui le motivazioni e Leggi qui le dichiarazioni dell’Associazione Coscioni in merito alla pronuncia della Corte Costituzionale sulla Legge 40)

I giudici di Bologna e Salerno, dopo questa sentenza, tramite una lettura appunto costituzionalmente orientata della norma, hanno consentito ad alcune coppie fertili portatrici di malattie genetiche di accedere alle tecniche mediche di procreazione assistita per poter effettuare la diagnosi genetica preimpianto. Le ordinanze dei tribunali menzionati però presentano un limite: non hanno portata generale.

Il 27 giugno la Corte Europea dei diritti dell’Uomo (CEDU) di Strasburgo ha reso noto di aver accolto il ricorso presentato da una coppia italiana contro la legge 40 del 2004 sulla fecondazione assistita. I due ricorrenti, Rosetta Costa e Walter Pavan, entrambi portatori sani di una malattia genetica, la fibrosi cistica, che si trasmette in un caso su quattro al nascituro, hanno chiesto di poter ricorrere alla fertilizzazione in vitro per poter fare uno screening embrionale.